Renzi dopo il trionfo elettorale: da “re” del Pd a “dux” dell’Italia?

Italiani, brava gente. Dove eravamo rimasti? Allo sfascismo di Beppe Grillo e al populismo di Silvio Berlusconi? Cancellati entrambi dal Partito Democratico di Matteo Renzi, il segretario-premier capace di interpretare come nessun altro mai nella sinistra e dintorni la formula del partito di opposizione (non di lotta) e di governo.

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Si cambia verso, dunque, anche se il corpaccione degli italiani assenti dalle urne – un primo partito reale oltre il 40 per cento – pone l’interrogativo più inquietante cui nessuno, a cominciare da Renzi, può pensare di non dare risposta. E subito.

Exploit del Pd, cioè di Renzi, dunque viva Renzi, da “re” del Pd a “dux” dell’Italia e, perché no, “imperatore” di una Europa marcatamente euroscettica. Le urne chiudono la partita dentro il Partito Democratico. Sarà così anche nel Parlamento e nel Paese?

Gli italiani delusi di tutto e di tutti sono la maggioranza silenziosa e hanno disertato le urne. Ma la stragrande maggioranza non vuole salti nel buio e ha voltato le spalle a Grillo perché Grillo è il salto nel buio, spaventa. Così come la DC rappresentò l’argine contro il comunismo, oggi il Pd di Renzi (pur con zone grige per il richiamo più o meno latente al berlusconismo e la mancanza di un ancoraggio ai valori di una cultura politica orientata sui valori della persona, delle regole, delle istituzioni) è interpretato quale argine contro gli avventurismi di ogni tipo, un appiglio per tentare una via nuova, per riformare il Paese.

Ma non è tutto oro quel che luccica. In campagna elettorale non si è parlato di Europa, dimenticandosi che il 70% del nostro export si svolge nell’eurozona: tutto il confronto (lo scontro) è stato proiettato sulle vicende interne, per misurarsi per il “dopo”. Già, il dopo. Quale dopo?

Grillo ko, Berlusconi out ma i voti del M5S e quelli di Forza Italia restano voti pesanti, pur se non sommabili. C’è oggi il rischio dell’isolamento del Pd che ha “mangiato” gli alleati e si trova adesso alla sua destra con partiti dal debole consenso e incerti sul da farsi. Al Pd serve almeno una seconda gamba, dentro questo Parlamento ma anche nel prossimo che verrà, per formare una coalizione di centro sinistra e varare le riforme.

Il problema quindi rimane la riaggregazione dei moderati (fuori dal Pd) – c’è chi li chiama come l’ex ministro Mauro Mauro quelli dell’Italia popolare - per scongiurare insieme le derive totalitarie e quelle dell’astensionismo esasperato ma anche la crisi di governo.

Bisogna sostenere il governo perché l’Italia ha bisogno di fiducia ma su riforme costituzionali e legge elettorale c’è ancora tanta strada da fare e tanto da discutere. No a regole che sacrificano la democrazia e l’equilibrio dei poteri in favore di dubbi concetti di governabilità.

Scrive oggi Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “Su questo punto essenziale il Pd di Renzi non può e non deve essere solo. Il rischio altrimenti è che il premier sia tentato di correre di nuovo alle elezioni: politiche stavolta. Per trasformare in trionfo sul piano interno quello che per adesso è un successo che non incide sul Parlamento di Roma. Invece c'è un'opportunità da cogliere subito, per un'azione di buongoverno con questa maggioranza. In cui il partito di Alfano è sopravvissuto per ricostruire il centrodestra del futuro. E dare un senso al bipolarismo di domani”.

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