Gianfranco Fini: "Il razzismo si combatte con l'integrazione. Resti solo chi condivide i nostri valori"



Oggi alla Festa delle Libertà è stata l'ora di Gianfranco Fini, ex-presidente di An e attuale Presidente della Camera. Preceduto sul palco da un Ignazio La Russa davvero su di giri (memorabile la gaffe sul servizio d'ordine: "Ragazzi del Fronte... ehm... del Popolo delle Libertà, sgomberate gli accessi!") Fini si è accomodato su un'elegante poltrona bianca di fronte all'intervistatore Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, dando il via all'atteso botta e risposta. Non prima di veder scattare tutto il pubblico in piedi per l'Inno di Mameli, che La Russa e Fini cantano a squarciagola, mentre Mieli si guarda attorno perplesso.

La prima domanda non poteva che riguardare i recenti casi di cronaca. "C'è un clima che favorisce il razzismo?", ha esordito il direttore. Fini ha tenuto subito a chiarire che non si possono accogliere tutti, e benché casi come questi nascano dall'ignoranza e possano sempre capitare, bisogna andare a fondo per scoprirne le cause. Inoltre il razzismo si combatte solo e soltanto con l'integrazione, vale a dire facendo in modo che gli immigrati regolari si adeguino al nostro sistema di valori, favorendo così anche l'inserimento dei propri figli. Fischi dal pubblico quando Mieli insiste, chiedendo se la cultura di destra predisponga al razzismo; Fini respinge fermamente l'accusa sottolineando la necessità di rispettare sempre e comunque la persona umana, di qualsiasi stato, razza e colore.

Si cambia argomento, passando al Pdl. E qui il Presidente sgombra dal campo ogni equivoco, chiarendo testualmente che "la via è tracciata e non c'è ritorno indietro". Non è poco per chi fu letteralmente costretto a questa scelta da Berlusconi col famoso discorso del predellino. "I partiti-chiesa non ci sono più. Il futuro appartiene a forze multiculturali all'insegna della democrazia dell'alternanza." E scatta anche il previsto discorso istituzionale sulla collaborazione tra i poli. E' il Fini più moderato della storia, e d'altronde la sua posizione lo impone.

Dopo aver glissato su Casini, il Presidente mette in fila le tre principali riforme da discutere con l'opposizione: 1) ridiscutere il bicameralismo (facendo eco al Violante di ieri); 2) ridurre i parlamentari (applauso); 3) ridefinire le competenze stato-regioni. E si passa al recente contrasto con il Cavaliere. Mieli chiede se non sia il caso di suddivire chiaramente le materie soggette a decreto da tutte le altre, ma Fini non ci casca e risponde che la Costituzione già prevede la decretazione nei soli casi di straordinaria necessità e urgenza, dunque bene così.

Al direttore del Corriere, veramente agguerrito e in forma, va meglio alla successiva, quando costringe l'ex-capo di An a impaperarsi sulla questione delle minoranze non più rappresentate in Parlamento. Fini inizialmente afferma che vanno sentite lo stesso, ma poi non riesce a spiegare come, rifugiandosi in una generica dichiarazione d'intenti. Seconda glissata su Veltroni, e via con il problema delle nomine Rai (il presidente della commissione di vigilanza) e dei giudici della Corte Costituzionale. "Non si riesce a trovare un accordo", lamenta Fini; "Ma perché allora non proponete una rosa di candidati?" lo incalza Mieli. La risposta rimane poeticamente sospesa nell'aria.

E' tempo per una dichiarazione forte, riferita alla crisi americana: "Quando ci sono gli interessi nazionali di mezzo devono intervenire i governi". Un applauso convinto lascia pensare che la platea abbia dimenticato la sua antica venerazione per il libero mercato, ma in fondo è una festa, e quando Mieli chiede a Fini se si senta voluto bene e capito dagli elettori di Forza Italia scatta l'ovazione. Per ora lo amano, non c'è dubbio; in seguito vedremo. Chiusura riservata al giornalista, che può vantarsi di essere il primo a fare un'intera intervista al capo del fu Msi senza citare fascismo e antifascismo. Grazie Mieli. Promosso cum laude.

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