Elezioni, Centrodestra ko: è l’ora di una… Leopolda?

Mentre il Partito Democratico, dopo l’exploit delle elezioni europee, fa il pieno anche alle amministrative e Beppe Grillo ingoia il malox, il centrodestra è all’angolo del ring, ko.

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“Difficile che il nuovo venga dal vecchio”, sentenzia l’ex ministro Corrado Passera, già impegnato a gettare il seme dell’alternativa a Matteo Renzi, con la convention di Roma il prossimo 14 giugno. Centrodestra batti un colpo, se ci sei!

Primum, prendere atto della sconfitta, anzi, riconoscere il fallimento dovute a politiche inesistenti e a leadership consumate e “fuori mercato”. Il cuore del centrodestra italiano è stato colpito da infarto.

Piange Berlusconi con il suo partito passato in un amen dal 38% al 16%, ma non ride nessuno nella costellazione dei cosiddetti moderati, sia alla destra del capo di Forza Italia, ma anche oltre la periferia dell’impero del Cav, per chi ha scelto la corsa solitaria, come Ncd-Udc-Ppi, appena oltre il tetto del 4%, per il rotto della cuffia. Lo spazio c’è, eccome (a cominciare dalla marea degli astenuti, per lo più di area moderata): mancano progetti politici e leadership capaci e credibili.

L’elettorato ha scelto il “moderato” Renzi per arginare lo sfascista Grillo. Quell’elettorato, deluso e tradito da Berlusconi e non convinto della validità di altre liste di centrodestra o centriste, ha voltato le spalle ad una classe politica incapace di riformare, consumata, ripetitiva, priva di credibilità e, spesso, anche di dignità.

Soprattutto per il centrodestra c’è il problema della moralità o dell’eticità della politica, del significato e della finalità della politica. Che cosa deve essere fare politica oggi. C’è da anni – innescato dal berlusconismo - un processo di deformazione e di degenerazione al cui fondo c’è l’idea e la pratica della politica come potere, come affare o anche come un amministrare demotivato, depotenziato di progetti, di ideali, di finalità.

Serve una profonda riforma morale e intellettuale, ma servono anche partiti profondamente diversi, anche sul piano organizzativo, sul piano della partecipazione, e della selezione, della formazione, del rinnovamento dei gruppi dirigenti. Ciò vale per tutti i partiti ma, ripetiamo, vale soprattutto per il centrodestra.

Scrive Lorenzo Castellani: “Il centrodestra oggi non è solo minoranza nel Paese, ma è un grande vuoto pieno di dinosauri, poche idee e visioni parziali. E’ l’emblema di uno scollamento totale tra la politica e la società. Mentre il Paese andava avanti soffrendo, i politici di centrodestra si dividevano e tornavano indietro: prima è ritornata Forza Italia, poi Alleanza Nazionale, infine il glorioso scudo crociato. Una “sindrome del granchio”, plastica e ideale”.

Che fare? Risponde Castellani: “Occorre una ventata di novità che non può essere portata da chi ha raccolto magrissimi risultati a queste elezioni né da chi ha rovinato il centrodestra negli ultimi anni con divisioni e soffocamento della competizione interna”.

Insomma, bisogna cambiare gioco e giocatori, cambiare musica e musicisti. Ciò vale per il centrodestra ma vale anche per quel “centro” cosiddetto “popolare” fuori dall’orbita di Berlusconi e del berlusconismo, orientato a ripercorrere le orme del popolarismo in quella rivendicata autonomia politica che non vuol dire isolamento ma capacità di realizzare il nuovo centro-sinistra, con il Pd renziano baricentro di una alleanza riformista. C’è un elettorato moderato fuori dalla musica renziana che aspetta un segnale chiaro e forte.

E’ l’ora di una Leopolda del centrodestra e del centro?

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