Una petizione per far ricandidare D'Alema? Il "No grazie!" di Pubblico

Pubblico, la nuova creatura editoriale nata dal divorzio tra il giornalista Luca Telese e la redazione del Fatto quotidiano, dedica oggi una copertina scura e tenebrosa all'eterno ritorno - o per meglio dire alla eterna mancata partenza - di un evergreen della politica italiana: Massimo D'Alema. Secondo Telese il Partito democratico si starebbe cimentando nello sport italico per eccellenza, la deroga. Leggi e norme sotto il tricolore godono di una esistenza mai banale e piuttosto movimentata, con una applicazione a singhiozzo solitamente interrotta da eccezioni, deroghe, codicilli e interpretazioni più o meno autentiche.

E così, anche se in teoria nel Pd si sarebbero dati delle regole per le quali non si può restare in Parlamento vita natural durante ma si dovrebbe tornare a fare un lavoro, magari per la prima volta, alla scadenza dei 3 mandati, già sono iniziate le grandi manovre degli eterni eletti per mantenere il proprio posto a Palazzo. Uno di questi, sulla scena parlamentare da 7 legislature (circa 30 anni), è appunto Massimo D'Alema, che vorrebbe salutare la primavera 2013 facendosi eleggere per l'ottava volta. Una scelta che, nella migliore tradizione, sarebbe legata alla forte richiesta della base elettorale e dei militanti (scusate il termine) del Pd, che proprio non potrebbero fare ameno di lui.

Secondo l'editoriale di Telese, la petizione che invoca la ricandidatura di D'Alema è deprimente per ben 3 ragioni: nasconde l'auto candidatura del Massimo in questione; presuppone che l'unico modo per dare un contributo al Paese sia di presidiarne costantemente i Palazzi romani; dimostra l'ormai scarsa lucidità del politico, che non segue le orme di altri colleghi europei capaci di vivere senza autoblù e potere.

Voi che ne dite, firmereste la petizione o l'editoriale di Telese?

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