Renzi, applausi e silenzi in Direzione. Pd come Dc, Matteo come Fanfani?

Mentre in casa M5S volano gli stracci e Silvio Berlusconi s’aggrappa alla Lega di Matteo Salvini per non affondare, il PD di Matteo Renzi applaude in direzione la relazione del segretario premier con una tale fretta di non aprire nessun dibattito a dir poco … “sospettosa”.

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Che succede nel partito caratterizzato fino a ieri dal confronto-bisticcio infinito e alimentato dai rigagnoli correntizi sempre in stato congressuale? Semplicemente, il 40 per cento ha indotto anche i più scettici (vedi il sinistro Fassina) a mettersi in fila per salire sul carro del trionfatore e ha consigliato i big e i sotto big delle minoranze già rottamati prima del voto a fare scena muta, digrignando i denti, in attesa di tempi migliori.

Il Pd è ridotto al “pensiero unico” come tutti i partiti di matrice leninista? Le Direzioni del Pci (anche quelle della Dc) duravano giornate e nottate consumandosi in confronti accesissimi sulle relazioni dei rispettivi segretari, marcando divisioni anche profonde sulla linea politica che poi i comunisti recuperavano con l’applicazione del centralismo democratico e i democristiani con il dosaggio delle correnti.

La Direzione di un partito che incassa il 40% dei voti e che esprime il premier del governo dell’Italia non è la sala da tea del bar della stazione di un paesino emiliano. Allora? O adesso i costumi sono questi (parla il capo, applaudire e via andare!) e buonanotte al secchio o – forse – anche nella debolezza della discussione c’è già un motivo politico che un leader deve sapere interpretare.

“ Anche il silenzio e l’imbarazzo – ammoniva Togliatti - sono manifestazioni politiche”. Quanti di quei silenzi di ieri in Direzione sono espressione di dissenso politico, quanti di qui battimani sono applausi di convenienza? Si scrive e si dice – con qualche verità – che il Pd ha fatto il pieno di voti perché l’elettorato (in primis quello moderato) lo ha visto come argine allo sfascismo del M5S, un po’ come accadeva alla Dc nei confronti del Pci.

Ma la Dc del dopoguerra fu anzitutto partito di identità e di valori: il partito capace di coniugare libertà, democrazia e sviluppo economico, di scegliere la via occidentale in antitesi a quella totalitarista dei paesi del socialismo reale, un grande partito del quale – specie oggi – si sottovalutano le grandi scelte politiche e i suoi grandi valori ideali, quelli del popolarismo e della dottrina sociale della Chiesa.

L’identità della Dc si basava sul partito unico dei cattolici, con alle spalle un retroterra offerto dalla Chiesa, che intendeva lo Scudo crociato non solo quale partito espressione di valori cristiani ma anche capace di difendere la Chiesa stessa dall’assalto alla libertà religiosa già prodotto in Russia e nei paesi satelliti. Non solo. La Dc aveva una sua forte cultura, un fortissimo ancoraggio popolare assicurando un tipo di promozione sociale per fare avanzare nuovi strati sociali fondata sul progresso generale del Paese non immune – certo - da logiche corporative, legate alle raccomandazioni, basate sui valori borghesi di arricchimento e di prestigio sociale.

Il tutto, leva di progresso e di civiltà, quando gestito con equilibrio da leadership lungimiranti, invece fonte di fratture e sperequazioni sociali, integralismi, quando a prevalere erano i piccoli cabotaggi legati a personalismi e a logiche correntizie. Non c’è dubbio che gli italiani che conquistarono una posizione sociale furono grati alla Dc che permise loro di fare un salto di qualità nella vita di tutti i giorni, una rivoluzione culturale e sociale per l’Italia, cui va storicamente dato atto a quel partito.

Sul fatto, poi, che oggi si paragona Renzi ad Amintore Fanfani – al di là della statura ideale e culturale a favore del professore aretino - il leader della Dc nonché premier, puntava su una base molto più organica: da una parte le associazioni di massa nella funzione collaterale ben precisa e dall’altra l’utilizzazione degli strumenti dello Stato, del parastato e delle imprese pubbliche. Portò bene alla Dc, ma portò bene all’Italia.

Nel 1958 Fanfani fece la campagna elettorale nel segno di un “nuovo e più avanzato ‘48” , cioè voleva per la Dc la maggioranza assoluta. Non ci riuscì e una parte della Dc volle scalzarlo dalla poltrona di Palazzo Chigi, ma inutilmente. Nei corridoi di Montecitorio gli avversari interni di Fanfani dissero: “O lo facciamo fuori adesso o ci fa fuori lui”. Si sa come andò. Sarà lo stesso per Matteo Renzi?

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