Sinistra, partito unico? Quando Amendola voleva unire Pci e Psi. Che ne dice Renzi?

Dopo qualche decennio, torna d’attualità il tema dell’unificazione della sinistra, sollevato stavolta da Susanna Camusso in una intervista al Corriere della Sera. “Io credo – ha dichiarato il segretario generale della Cgil - che sia il momento di pensare a un grande partito unico della sinistra che abbia come blocco sociale di riferimento il lavoro, al di là della distinzione tra ceto operaio e ceti medi che non ha più ragione di esistere”.

In passato, più volte – in primis nella Cgil, nel Pci, nel Psi e nel Psdi – si è affrontato il nodo, senza mai approdare a nulla. A metà degli anni ’60 la questione fu rilanciato con forza da Giorgio Amendola (leader dell’ala destra-riformista dei comunisti italiani, ispiratore poi dei “miglioristi” di Giorgio Napolitano) all’indomani delle elezioni amministrative del1963, quando tutte le forze che facevano parte di quella che in modo assai vago veniva comunemente chiamata la “sinistra democratica” raccolsero il 48 per cento dei voti.

“Eppure – scriveva Amendola su Rinascita – la situazione della sinistra democratica mai è stata così confusa e dominata da contrasti ideologici e politici, ed anche da risentimenti e rivalità. Così queste forze non riescono a far valere tutto il loro peso, e ad attirare le correnti di sinistra cattoliche in una politica di rinnovamento”.

All’epoca pesavano divisioni internazionali, il rapporto del Pci con l’Urss, le divisioni sulla democrazia, sul centralismo democratico, le correnti ecc. La Dc subiva il limite delle correnti ma coltivava il seme della democrazia, interna ed esterna.

Alla fine degli anni ’60, dopo un CC del Pci in cui Amendola attaccò Pietro Ingrao per le sue critiche al partito, il Psi affidò al lombardiano Fernando Santi (anch’egli segretario generale Cgil) una dura risposta. “La democrazia o esiste o non esiste, le unanimità fittizie e il monolitismo sono fallimentari, se si vuole andare al partito unico dei lavoatori, questo deve essere caratterizzato dalla piena libertà del dissenso”.

Insomma, una difesa di Ingrao, fautore della democrazia interna contro la concezione del partito monolitico, sotto la coperta del centralismo democratico. Addirittura i socialisti – Craxi compreso – si affidarono a … Lenin: “Ma davvero voi comunisti avete paura di un voto di maggioranza o di minoranza? Lenin non mise ai voti la rivoluzione. E non trovò nel gruppo dirigente chi votò contro e il giorno dopo disse pubblicamente chi aveva votato contro e perché utilizzando però quegli stessi compagni ai vertici del partito e dello stato, senza scomuniche e senza processi?”.

Sono solo cenni, di questioni complesse e tutt’altro che superate, anzi attualissime anche oggi. Anche nella sinistra italiana e nel Pd di Matteo Renzi. Ma quale sinistra e quale Pd sono oggi in campo?

Scrive l’ex direttore de l’Unità Claudio Sardo: “Il governo da solo non basta per vincere questa partita cruciale. Non basta anche se ha un premier giovane ed energico. Alle sue spalle serve un partito. Serve una società vitale. Servono corpi intermedi. Servono creatività, soggettività. Servono cultura, saperi. Compito di un governo è guidare. Ma è la democrazia partecipata, sono i partiti che danno senso e direzione alle scelte, che coltivano la visione del domani. La politica, in questi anni, è stata demolita dalla riduzione dei suoi orizzonti. Tutto schiacciato sul presente. Tutto schiacciato sul governo del breve periodo. Anzi, sull’ultimo sondaggio. La conseguenza non è stata solo il discredito dei cittadini, ma anche la dipendenza crescente da poteri e istituzioni esterne al circuito democratico. Non c’è vero rinnovamento se non si rompe questa gabbia. Questa è la sfida del Pd e della sinistra”.

Prosegue Sardo: “ La partita è fare della sinistra il traino politico e culturale di una ricostruzione nazionale (e quindi europea). Con Renzi, attraverso Renzi, in dialettica con Renzi. A partire dalle riforme istituzionali: sono necessarie – chi gioca per farle fallire è un pazzo – ma così non vanno. Servono cambiamenti non marginali e dai gruppi parlamentari Pd è lecito attendersi molto di più di quanto non abbiano fatto finora: non crederanno davvero che l’intesa Renzi-Berlusconi sia il vangelo?
Riaprire il libro del Pd vuol dire rianimare il partito nella società. Da chi verrà la forza di idee nuove, di spinte nuove, di sguardi sul futuro, se non dai cittadini che vivono fuori dal Palazzo? Le riforme dello Stato sono importanti ma solo nella società, quella che soffre per le fratture provocate dalla crisi, può ricomporsi un compromesso democratico. La crisi della destra e lo sfascismo di Grillo sono pericoli seri, da fronteggiare con un di più di politica e non con la lingua dell’antipolitica. Guai se nel Pd dovessero prevalere le logiche correntizie e le ipoteche sugli organigrammi di domani. Già il Pd sta pagando prezzi molto alti alla logica perversa delle fazioni legate al «partito degli eletti». Serve aria nuova. Voglia di partecipare alla battaglia senza complessi. Voglia di radicalismo democratico, che per la sinistra vuol dire battere la cultura individualista e ritrovare un primato sociale. Questa è la sfida. Non può essere delegata solo a Renzi. Non può bastare il «mi piace» o il «non mi piace».

di vit Ecco. Spunti interessanti, al di là della sinistra e del Pd. Importanti anche (e soprattutto) per la costruzione del partito nuovo dei moderati, senza il quale il governo di centro-sinistra a guida Pd non sta in piedi. Né oggi, né domani.

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