Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi: quanto conta il leader?

Un'analisi del voto a europee e amministrative dell'Istituto Cattaneo prova a dare una risposta.

Adesso che in Italia tutti e tre i partiti principali sono chiaramente identificabili con un leader forte e carismatico, è normale porsi la domanda di quale sia il peso politico dei vari Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Per la precisione, lo studio compiuto dall'istituto Cattaneo cerca di individuare quanti voti in più porti quel determinato leader al proprio partito. E vista la gigantesca vittoria del Partito Democratico alle europee, la domanda inevitabilmente si concentra su Renzi.

Ma come si fa a capire quanto vale il leader rispetto al partito? L'analisi approfitta del fatto che il 25 maggio scorso si sia votato contemporaneamente per le europee e per le amministrative e parte da un assunto: nelle europee il leader conta molto di più rispetto alle amministrative, in cui il voto si concentra anche, se non soprattutto, sul candidato sindaco o presidente di regione. Analizzando quindi lo scarto che ogni partito ha avuto tra amministrative ed europee si può desumere il "valore" del leader.

La sorpresa più grande di questa analisi (che potete trovare in pdf in fondo al post) riguarda proprio il Partito Democratico. Partito plurale per eccellenza, che fino all'avvento di Matteo Renzi poco si identificava nel leader, adesso ha completamente voltato pagina. Infatti, "se nel 2009 lo scarto per il PD tra voto nelle europee e voto nelle comunali era ancora negativo (-0,1%), nel 2014 lo scarto non solo diventa positivo, ma aumenta notevolmente (5,8%). Ancor più esplicitamente: se in passato era il “partito dei sindaci” del centrosinistra a trainare il partito nazionale, oggi è il partito dell’ex-sindaco di Firenze a trascinare elettoralmente gli amministratori locali. A differenza del passato, oggi il PD è un partito con un leader in grado di competere ad armi pari con le altre leadership nazionali".

Diversa la situazione per Forza Italia, che nel passato al contrario andava sempre molto meglio nelle europee che nelle elezioni comunali e regionali. "Se fino al 2009 il partito di Berlusconi poteva contare su un tesoretto elettorale (5,4%) garantito dal leader-fondatore di Forza Italia, nel 2014 la leadership berlusconiana sembra essersi appannata e decisamente ristretta (1,3%). In parte per il naturale scorrere del tempo e in parte per l’impossibilità di Berlusconi di sfruttare appieno tutte le sue doti di navigato comunicatore in campagna elettorale, il magro risultato raggiunto da Forza Italia testimonia ancora una volta che ci troviamo di fronte ad un partito personale: quando si inceppa il motore, ne risenta tutta la macchina".

Infine, il Movimento 5 Stelle: "Ovviamente non è possibile fare nessuna comparazione diacronica e dobbiamo limitarci ad analizzare il dato riferito al 2014. Com’era lecito aspettarsi, considerata sia la specifica genesi del M5S che la sua maggiore difficoltà di radicamento e coordinamento a livello territoriale (testimoniato, di recente, anche dalla sua assenza nelle elezioni regionali in Sardegna), la leadership di Beppe Grillo è quella che, tra i tre leader qui esaminati, contribuisce maggiormente (7,3%) al successo o alla tenuta del proprio partito".

In conclusione, se il Pd è riuscito a conquistare percentuali stratosferiche il merito è in larga parte di Matteo Renzi; ma il leader che contribuisce maggiormente a portare voti al proprio partito è comunque Beppe Grillo, il cui scarto è il maggiore tra i leader presi in considerazione.

Analisi Istituto Cattaneo - Europee 2014 - Leader _04.06.14

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