Presidenza della Commissione Ue: continua lo scontro tra Merkel e Cameron

E iniziano ad arrivare anche le pressioni di Washington.

Chissà quanto poco è contenta Angela Merkel di venire ormai indicata come supporter della candidatura di Jean-Claude Juncker - tanto da ingaggiare un braccio di ferro con David Cameron - quando è stata lei a opporsi alla candidatura del lussemburghese per il Ppe (a dire la verità, alla cancelliera non è proprio andato giù il nuovo metodo "democratico" di selezione della presidenza) e quando in verità, o almeno così pare, lei vedrebbe di buon occhio l'investitura di Christine Lagarde, decisione che però bypasserebbe la scelta degli elettori. Eppure, al momento, le cose vanno proprio in questa direzione.

Angela Merkel si dev'essere probabilmente resa conto che non tenere conto, almeno in una prima fase, del parere espresso dai cittadini europei - che hanno dato la loro maggioranza relativa al Ppe e al candidato Juncker - sarebbe una decisione che avrebbe il solo risultato di portare acqua al mulino degli euroscettici. David Cameron, invece, ha un problema diametralmente opposto: appoggiare la candidatura di un europeista convinto come Juncker non farebbe che rafforzare ulteriormente lo Ukip di Nigel Farage, che trovandosi alla destra euroscettica dei conservatori inglesi non aspetta altro che di poter "dimostrare" come Cameron sia un "servo della Ue". E in questo momento, Cameron non può proprio permettersi di essere ulteriormente indebolito, tanto da arrivare a minacciare l'uscita dall'Unione Europea del Regno Unito nel caso Juncker venga eletto.

Come se ne esce? Per il momento attraverso l'arte del rinvio che l'Unione Europea conosce così bene, ma sullo sfondo anche Matteo Renzi inizia a giocare un ruolo di primo piano. Fin dall'inizio, visto che nessun gruppo o coalizione affine aveva la maggioranza assoluta (ora però una maggioranza in favore di Juncker c'è), la linea del premier italiano è stata quella del "prima vediamo i programmi e poi parliamo dei nomi", linea che ha il vantaggio di prendere tempo e sembrare concreta. Dopo un po', però, bisogna decidere. E il Regno Unito messo alle strette non può far altro che tornare a ventilare la minaccia dell'uscita dall'Unione Europea attraverso referendum, minaccia resa abbastanza credibile dal fatto che, come noto, il Regno Unito non è all'interno della zona Euro.

Fase di stallo, quindi. Con la maggioranza dei gruppi disposti a votare Jucker alla Commissione, per poi avere la socialista premier danese Thorning-Schmidt alla presidenza del Consiglio Europeo, e la pattuglia guidata dagli inglesi, ma che comprende anche Svezia e Olanda, a tenere testa. E così iniziano ad arrivare anche le pressioni di chi con questi affari dovrebbe c'entrare poco: gli Stati Uniti d'America. "È difficile per me immaginare che il progetto europeo possa andare avanti senza la Gran Bretagna, come è difficile immaginare che possa risultare vantaggioso per la Gran Bretagna essere esclusa da decisioni che hanno un impatto enorme sulla sua vita politica ed economica", queste le parole di Obama.

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