Giacomo Matteotti e le idee che non muoiono mai. Resistenza senza limite

90 anni fa veniva rapito e assassinato il politico socialista e antifascista italiano.

Era il 10 giugno 1924. Giacomo Matteotti percorreva il Lungotevere Arnaldo Da Brescia per andare a Montecitorio. Il politico socialista e antifascista, appena dieci giorni prima, aveva pronunciato uno dei suoi più celebri ed appassionati discorsi alla Camera. Un discorso che terminò con questa frase, rivolta ai compagni di partito:

«Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me»

Matteotti fu facile profeta del suo tragico destino. Quel giorno, alle 16.15 secondo i testimoni, cinque individui a bordo di un auto (la verità giudiziaria li avrebbe poi identificati in altrettanti membri della polizia politica: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo) lo aggredirono, lo caricarono in macchina e poi lo uccisero. L'esecutore materiale dell'omicidio, all'interno della vettura, fu Giuseppe Viola, che colpì Matteotti con due coltellate. Assassinato a 39 anni, uno dei più accaniti oppositori della dittatura aveva detto:

«Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai».

L'idea che non sarebbe mai morta, secondo il socialista, era naturalmente quella antifascista. Un antifascismo radicale e puro, senza compromessi, senza complicità, senza alcuna possibilità di dubbio. Il regime fascista era il nemico, un nemico dal quale ci si doveva differenziare a tutti i costi, perché era il nemico della libertà.

In una sua lettera a Turati, Matteotti aveva scritto:

«Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell'arbitrio dev'essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all'Italia un regime di legalità e libertà, (...) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano».

Antifascismo senza se e senza ma, dunque: una retta intransigenza politica e morale, che era sfociata il 30 maggio, in un discorso alla Camera che - ben lungi dal voler ottenere un reale successo ma nella speranza di dare il via a una reale opposizione al regime di Mussolini – chiedeva l'invalidazione di una parte delle elezioni.

«[...] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. [...] L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. [...] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti, ndr) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... [...] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse»

Quanto coraggio trapela da questa trascrizione, da questa presa di posizione di fronte a un parlamento fascista e ostile. Di fronte al medesimo Mussolini. Quanto vigore politico, quanta passione per la politica medesima e quanta vibrante tensione per la difesa della libertà e della cosa pubblica.

L'idea antifascista non è morta, non muore. Ma non muore neanche quel fascismo che serpeggia, endemico, in quest'Italia alla deriva, in questo Paese di analfabeti funzionali, in questa drammatica penisola immobile e immobilista, dove tutto cambia perché nulla cambi.

«Resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano»

è il testamento spirituale di Matteotti. Andrebbe rispolverato, con almeno un decimo di quel coraggio e con speranza.

Ma forse, nel paese dei balocchi e dei poeti, dei cantanti e degli scrittori, delle mazzette e delle emergenze, è una speranza vana. Anche perché i nemici della libertà si sono raffinati, nel tempo: sono diventati nemici dal volto buono, dalle larghe intese, dall'aspetto rassicurante.

E chi li può contrastare non ha la medesima potenza di fuoco. Né, probabilmente, almeno un decimo del coraggio e della consapevolezza politica di Matteotti.

Giacomo Matteotti

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