Riforma del Senato: il 10 giugno è arrivato, a che punto siamo?

A Porta a porta il premier promise: prima lettura spostata dal 25 maggio ad oggi, ma la riforma di Palazzo Madama sembra ancora molto lontana.

Matteo Renzi ha incassato allegramente un Pd al 40% alle Europee, acquisendo un consenso popolare senza precedenti per la formazione politica ideata da Walter Veltroni (che peraltro non ha mancato di esprimere tutta la propria gioia per il successo conseguito dal "giovane" Presidente del Consiglio, già Sindaco di Firenze).

Il tutto dopo aver sbancato alle primarie del Pd e dopo essersi preso anche il Governo, con uno sgambetto a Letta degno del miglior D'Alema (nessuno dei due ce ne voglia per il paragone, per carità).

In questi primi mesi di governo, Renzi ha incassato solo successi, incluso quello elettorale, e ha dimostrato di avere una loquacità notevole, in tv come in direzione del Pd. Ha dimostrato, ci perdoni ancora il Presidente del Consiglio, di aver la lingua lunga e veloce.

Come quando, per dire, ha promesso a Porta a Porta che la riforma del Senato.

«Se non si fa la riforma del Senato io smetto»

assicurava il Premier. E spiegava:

«Noi abbiamo messo come obiettivo di scadenza il 25 maggio per fare la prima lettura e noi ci abbiamo messo tanta roba in questa riforma costituzionale. Si stanno facendo le cose sul serio, non son più barzellette. Son cose toste. Ci hanno chiesto 15 giorni in più. Siccome tutta la polemica che sul fatto che l’iniziativa era soltanto a fine elettorale, dimostriamo che non è così e arriviamo a 15 giorni dopo, cioè al 10 giugno»

Naturalmente, non siamo arrivati al voto. Altrettanto naturalmente, Grillo ha cavalcato la cosa con un post sul blog e con il consueto hashtag, come se i recenti accadimenti non avessero insegnato proprio nulla.

Non serve a nulla chiedere dimissioni, serve a molto chieder conto delle dichiarazioni televisive di un politico. Soprattutto di uno che ha raccolto notevoli consensi e che non si è risparmiato quanto a promesse.

A che punto siamo, dunque? In alto mare.

Riforma Senato: il punto al 10 giugno

La situazione è questa. In commissione Affari costituzionali, Mario Mauro, ex Ministro della difesa del goveno Letta aveva votato un odg di Calderoli, contrario alla riforma renziana.

Detto fatto, ecco che oggi, 10 giugno, il gruppo Popolari per l'Italia sostituisce Mauro con Lucio Romano, decisamente più allineato su posizioni renziane (una mossa sollecitata anche da Casini).

C'è solo un problema. Nel Pd, tocca a Corradino Mineo dire la sua. E la sua non piacerà a Renzi:

«Il vincolo di mandato non esiste in generale, e in particolare non esiste sulle materie costituzionali. Io i miei emendamenti me li voto, eccome. Il governo e la maggioranza hanno fatto un errore politico quando si votò il testo base. Andare avanti con una differenza di 15 voti a 14 non è una scelta responsabile. I numeri non ci sono perché sulle questioni costituzionali devi avere un margine. Oggi sono io che ho dubbi su qualcosa, ma domani può essere qualcun altro. Ragionare come stanno facendo loro è sbagliato in principio».

Mineo al momento è ago della bilancia. Verrà sostituito anche lui?

L'ottimismo di Maria Elena Boschi, Ministro per i Rapporti con il Parlamento, sembra andare in questa direzione. Oggi, prima della riuniokne dei capigruppo al Senato ha dichiarato:

«Siamo nei tempi, siamo vicini a un'intesa, mancano solo le ultime cose da verificare»

Staremo a vedere.

Riforma Senato

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