Corradino Mineo, il dissidente Pd. La riforma al Senato passa (anche) da lui

L'ex direttore di RaiNews è uno dei membri della Commissione Permanente Affari Costituzionali. E il suo voto potrebbe essere decisivo per la riforma di Renzi, se il premier vorrà farla a colpi di maggioranza

La riforma del Senato passa anche da Corradino Mineo. Dopo la sostituzione in Commissione Affari Costituzionali di Mario Mauro (che si è scatenato contro Casini e Renzi), parlando di «purga stalinista» e di «imboscata fascista», ora tutti i riflettori sono puntati sull'ex direttore di RaiNews.

Giornalista, classe 1950, nato il primo gennaio a Partanna (in provincia di Trapani), Mineo è stato eletto nel Pd di Bersani il 24 febbraio 2013. Fa parte della 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali) (in sostituzione del Sottosegretario di Stato Marco MINNITI) e della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali).

e' anche Membro della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

Mineo non vede di buon occhio non solo il contenuto della riforma renziana di Palazzo Madama e del bicameralismo, ma è contrario anche alla metodologia.

Tanto per cominciare, Mineo ha dichiarato chiaramente che il testo proposto dal collega Vannino Chiti gli sembra migliore di quello di Renzi. E di quest'ultimo ha spiegato cosa non gli va bene:

«Non faccio alcuna barricata, ma sottolineo due aspetti che non condivido: la ricentralizzazione che si effettua con la riforma del titolo V, e la presenza di sindaci e rappresentanti delle regioni in Senato per trattare direttamente con il governo».

Sul suo blog, Mineo precisa un paio di cose a proposito di quanto dichiarato all'HuffPost Italia, e ha invitato il Governo a uscire dalla palude:

«Dopo che il senatore Mario Mauro, reo di aver votato con l’opposizione, è stato sostituito dalla Commissione Affari Costituzionali, L’Huffington Post ha scritto che ora ero diventato “l’ago della bilancio” per la riforma del Senato. Non è così. O almeno non voglio credere che qualcuno possa immaginare di imporre il testo del governo con 15 voti di maggioranza contro 14, in commissione. Sarebbe una follia. Renzi ha sempre detto di voler fare le riforme costituzionali coinvolgendo una parte almeno delle opposizioni. Ha spiegato così l’incontro con Berlusconi, dopo il no di Grillo. Tornare indietro, proporre il muro contro muro, mi sembrerebbe un errore politico».

Poi ha aggiunto:

«auspico che la riforma del Senato si faccia presto e bene»

precisando anche:

«Chiediamo, però, che le regole che presiedono il buon funzionamento della comune casa democratica non finiscano nella totale e incontrollata disponibilità del governo. Di nessun governo».

Cosa risponderà Renzi? E cosa deciderà il Pd a proposito di Mineo? Accetterà, il Partito Democratico, la pluralità di voci che vanta di avere al suo interno come ricchezza? Oppure provvederà a sostituzione come i Popolari con Mauro? La questione è spinosa e Renzi deve risolverla al più presto.

Anche perché le due strade che si dipanano dal bivio di fronte al quale si trova il governo Renzi sono proprio quelle che indica Mineo: la prima è cercare un compromesso con le posizioni dello stesso Mineo, di Chiti, di altri senatori del Pd, di Sel, degli ex M5S. La seconda è cercare un compromesso con Berlusconi.

Corradino Mineo

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