Pd: no al dissenso. A Piacenza, il divieto di critica sui social network

Il decisionismo senza possibilità di critica passa dal Senato e arriva fino ai circoli locali: se sei iscritto al Pd e pubblichi commenti negativi su Facebook vieni deferito.

Al Partito democratico della nuova generazione non piace il dissenso. Né le critiche. Questo con buona pace del nomen, che in questo caso non è omen.

Matteo Renzi ha ampiamente dimostrato di saper asfaltare avversari interni ed esterni, prima alle primarie (con tanti saluti a Cuperlo e Civati), poi alle europee (lasciando indietro Grillo, che ora si trova a cambiare radicalmente strategia), nel frattempo prendendosi Palazzo Chigi (facendo le scarpe senza troppi complimenti a Enrico Letta.

Ma ha dimostrato anche di non aver alcuna pietà per le idee delle minoranze. Di non amare il dissenso. Di essere disposto a mettere il silenziatore a chiunque possa ostacolare i suoi piani di riforma, anche a costo di epurare senatori da commissioni parlamentari. La chiama lotta al «diritto di veto», anche se questo è un uso distorto delle parole. Lo ha spiegato bene Corradino Mineo sul suo blog:

«Né Mineo in Commissione, né Chiti, né Tocci ne alcuno di noi, ha mai posto alcun veto. Non c’è un solo caso in cui l’iter della riforma del Senato sia stato paralizzato dal nostro dissenso aprendo la strada “alla palude”. Di che stiamo parlando? In verità stiamo parlando di errori commessi da altri, in particolare da Maria Elena Boschi e Luigi Zanda. Il secondo deve aver detto più volte al premier che la maggioranza era compatta, il gruppo unito e pronto a seguirlo, il dissenso di Chiti trascurabile. La seconda non ha voluto tener conto del dibattito in Senato».

Ma questa intolleranza per il dissenso va oltre, perché il decisionista piace, al popolo italiota (e infatti i sondaggi danno il Pd ancora in crescita, merito soprattutto, oltre che dei famigerati 80 euro, anche della campagna di comunicazione del premier, gestita magistralmente, contro i nemici che al popolo piace attaccare. La Rai, i disfattisti e così via), e diventa esempio da seguire.

Così, il silenziatore alle critiche si fa più materiale e meno strisciante, si palesa senza paure di sorta, trascende le barriere della politica dei palazzi romani, tracima negli orticelli dei singoli circoli e diventa prassi.

Per esempio, a Piacenza. Dove è vietato criticare il Pd sui social network, pena il deferimento.

Leggere per credere:

«Gli iscritti al Partito Democratico della Federazione Provinciale di Piacenza debbono astenersi da commenti negativi e acostruttivi rivolti al Partito Democratico stesso nella persona dei singoli Segretari di Circolo, di Unione di Vallata, di Unioni d’Area o del Segretario/a Provinciale tramite social network o altri mezzi di informazione telematica e/o mediatica in generale se non hanno prima richiesto idonea convocazione del Circolo di riferimento e affrontato, in tale sede, e discusso le tematiche e gli argomenti che lo pongono in conflitto com il Partito stesso.

Nel caso che gli iscritti non procedano nella predetta discussione, ma procedano direttamente alla pubblicazione sui social network dei commenti negativi e volti a portare nocumento acostruttivo al Partito Democratico gli iscritti e le iscritte resisi palesemente responsabili di tali atteggiasmenti verranno deferiti al Presidente della Commissione di Garanzia dell’Unione Provinciale /Territoriale di Piacenza che procederà in forza di quanto previsto dal Codice Etico del Partito Democratico».

Applausi per i decisionisti.

ITALY-POLITICS-ECONOMY

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