Sergio Cofferati dà forfait e lascia il Pd in "braghe di tela"

Al di là delle legittime (e discutibili) motivazioni personali, il forfait di Sergio Cofferati (che non si ricandida a sindaco di Bologna) impone una riflessione politica che travalica il personaggio e va ben al di là del fatto locale.

Perché Cofferati getta la spugna lasciando il Pd bolognese in “braghe di tela” e mettendo sotto schoc il partito di Veltroni?

L’ex segretario generale della Cgil fu “inviato” a Bologna per riconquistare il comune simbolo della sinistra passato incredibilmente alla destra. L’operazione riuscì in termini elettorali ma non fu mai digerita all’interno del partito, fra gli alleati di giunta, nella città. Di fatto Cofferati si sentiva “stretto” sotto le Due torri, considerato dai dirigenti locali un “paracadutato” e dai bolognesi un “forestiero”.

Negli ultimi mesi la situazione si era fatta insostenibile, con lotte intestine sempre più acute e vere e proprie fratture fra il sindaco e i partiti di sinistra. Uno scontro fra riformisti e massimalisti. Soprattutto una battaglia politica, anche di tipo personale, dentro il Pd, dove le vecchie componenti dei Ds e della Margherita non si sono mai saldate.

A lungo andare la situazione ha logorato il “cinese”, lasciato a cuocere a bagnomaria anche dal nazionale, impegnato a pelare ben altre gatte.

Storicamente il partitone emiliano ha portato a Roma uomini, idee e una pratica di governo (oltre i soldi) significativi: un patrimonio insostituibile. Invece, negli ultimi anni, quella realtà, più che un valore aggiunto, è diventata una “rogna”.

La stessa città di Bologna, stretta fra il vecchio e il nuovo, è rimasta soffocata: una città nemmeno lontanamente paragonabile a quella “democratica”, ordinata ed effervescente del passato.

Svaniva così, giorno dopo giorno, la “buona amministrazione”, quella della “partecipazione” e delle “mani pulite”, quella del rinnovamento nella continuità. I vecchi problemi sono marciti e i nuovi problemi non hanno trovato soluzione. Quando si diceva di cambiare, tutti erano d’accordo, senza però dire concretamente che cosa si doveva cambiare e quali fossero le ragioni del cambiamento.

Cofferati, nel suo tentativo di spingere sul “riformismo” in settori decisivi quali la sicurezza, la viabilità, l’urbanistica ecc, è rimasto incastrato fra i “padroni del vapore” e isolato nel partito, che di quei poteri era cassa di risonanza.

Cofferati ha provato a portare avanti una battaglia politica. In una certa fase ha avuto le idee e il coraggio necessario. Poi la tenaglia si è stretta sempre più, fino a portarlo ad alzare le braccia, a indurlo alla sconfitta.

Veltroni e il nazionale non hanno mai saputo interpretare la debolezza politica di quel confronto e di quello scontro. Cofferati applicava una sua linea, non quella del partito. Non per contrapposizione o negligenza. Semplicemente per il fatto che il Pd non aveva e non ha linea politica: né a Bologna né a Roma.

Adesso, il forfait di Cofferati, oltre a mandare in tilt la giunta bolognese e a mettere in discussione il risultato delle prossime elezioni di primavera, è una sconfitta per tutto il Pd.

Un segnale della debolezza politica e organizzativa del partito nel territorio. La conferma dello stato di smarrimento del Pd nazionale. Se abbandona uno come Cofferati, se cede Bologna, Veltroni ha davvero i mesi contati e il Pd è a rischio implosione.

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