Politica, divisioni in corso: da Balotelli al … crocifisso

Italiani “brava gente”, si sa, ma anche da sempre divisi: guelfi e ghibellini, neri e rossi, bianchi e rossi, sul pallone, sulla politica, su tutto, anche sulla pizza margherita. E’ la democrazia, bellezza! O no.

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E’ quella voglia mediterranea, nel Belpaese esasperata, di caratterizzarsi, prender parte, dire la propria, o accasarsi, partito o clan fa lo stesso, per pesare di più, contare, vincere contro l’altro, gli altri, il diverso. Lasciamo stare il Balotelli della Nazionale e veniamo al dunque, adesso tocca al … crocifisso.

Nella laicissima Italia, ma colma di tradizione cristiano-cattolica, si torna a metter paletti sul crocifisso. Ma non era una questione chiusa? No. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. In mancanza di fanti e di santi si torna, appunto, alla radice, al crocifisso.

Il neo sindaco di Padova (poca importa qui l’appartenenza partitica) appena insediato nel nuovo consiglio comunale ha imposto il ripristino del crocifisso in tutti i luoghi pubblici. Bene? Si può essere non contrari a tenere il crocifisso nelle scuole e altri luoghi pubblici ma non si può trasformare il simbolo religioso in una crociata, trasformando l’occasione non a difesa dell’identità cristiana – pienamente legittima – in una battaglia politica strumentale.

Chi si sente offeso da un uomo giusto messo in croce da uomini ingiusti? Il crocifisso non offende nessuno ma non può diventare oggetto di divisione, un fatto strumentale per gettare altra benzina sul fuoco e magari deviare da altri problemi che angustiano i cittadini.

E’ davvero paradossale che, nel dibattito politico, si stia verificando adesso uno scontro sul crocifisso. Un duello appassionante in mancanza di altri “duelli”, per far scaricare le tifoserie sempre in cerca di motivazioni … passatempo? Basta prenderci per i fondelli e basta “giocare” (stavolta con i sentimenti religiosi) sempre nella logica demagogica e populista. Il duello “pro” e “contro” il crocifisso finisce prima di nascere. Punto.

Il crocifisso va difeso da chi vuole insultarlo, ma non per attaccare l'avversario politico o per creare tensioni ma per stabilire – se necessario - una identità culturale, (anche) la nostra di italiani. Con serenità, senza crociate.

“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo «prima di Cristo» e «dopo Cristo»" Il crocifisso è il segno del dolore umano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Così scriveva Natalia Ginzburg sull'Unità, il 22 marzo 1988, ribellandosi a una delle tante richieste di eliminazione del crocifisso dai luoghi pubblici, sulla scia di un secolarismo aggressivo che vorrebbe cancellare i simboli umani e storici in una sorta di anelito al vuoto, all'assenza, al grigio indistinto. Ecco, basta così.

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