Francesco Storace condannato a sei mesi per vilipendio al Capo dello Stato

The Right (La Destra), national-conserva

17.25 - Francesco Storace, direttore del Giornale d'Italia ed ex segretario de La Destra, è stato condannato a sei mesi di reclusione per vilipendio al Capo dello Stato.


Il politico e giornalista ha così commentato ai cronisti, in Aula, la sentenza del giudice monocratico di Roma:

"Sono l'unico italiano condannato per questo reato. Questa è una sentenza su commissione"

Aggiornamento 21 novembre, ore 16 - Il pm romano Laura Pezzone, che ha indagato e portato a processo Francesco Storace per vilipendio al capo dello Stato, ha chiesto la condanna a sei mesi di reclusione, con la concessione delle attenuanti generiche e anche di una delle previsioni dell'articolo 61 del Codice penale.


Prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio (la sentenza è prevista per oggi) il pm nel suo intervento ha ricordato tutte le fasi principali della vicenda, ricordando comunque che le attenuanti a Storace devono essere riconosciute in quanto dopo il fatto fu lui stesso a recarsi al Quirinale e a scusarsi personalmente con il Capo dello Stato.

L'imputato invece da tempo porta avanti una solida battaglia per l'abolizione del reato di vilipendio e, più in generale, per la libertà di espressione.

Storace: "Nel giorno della marcia su Roma andrò in galera per vilipendio a Napolitano"

Oggi Francesco Storace ha rilasciato un'intervista a Il Fatto Quotidiano, dove ha commentato la sua travagliata vicenda giudiziaria. Ricordiamo, a tale riguardo, che il leader de La Destra è accusato di vilipendio al Capo dello Stato, in quanto nel 2007 lo apostrofò come "indegno".

Tutto è cominciato con un articolo che Storace pubblicò sul suo blog. Ivi, scrisse che era necessario rifornire di stampelle Rita Levi Montalcini. Poi, a rincarare la dose, arrivò Sabbatani Schiuma. L'allora braccio destro dell'ex presidente della Regione Lazio dichiarò: "Abbiamo scartato mutandoni e pannoloni, meglio le stampelle" (cit. Repubblica). Queste prese di posizione, grette ed offensive, furono giustificate come una risposta efficace ai sentori a vita, che continuavano a garantire la sopravvivenza del governo Prodi.

Allora il Presidente Giorgio Napolitano decise di intervenire, e qualificò le esternazioni di Storace come "indegne". A sua volta, l'ex Msi diede dell'indegno al Capo dello Stato. Così fu istruito un processo, che il prossimo 21 ottobre giungerà alla sua conclusione. Per la verità, Storace potrebbe ricorrere in Appello, ma ha già reso noto che non agirà in tal senso. Al giornalista Fabrizio d'Esposito, infatti, ha detto:

"Intendo rinunciare all'appello in caso di condanna. Il 21 ottobre mi presenterò a Regina Coeli e chiederò di andare in galera. Meno male che è il 21 ottobre e non il 28"

D'Esposito ha commentato queste parole, ricordando che il 28 ottobre è l'anniversario della marcia su Roma. In questo modo, è riuscito a dare involontariamente un suggerimento all'intervistato:

"Anzi, lo sa che le dico, che aspetterò una settimana per andare a Regina Coeli. Mi presento proprio il 28 ottobre, così festeggio a modo mio"

Storace ci ha tenuto a specificare che la sua è una battaglia civile. L'obiettivo è quello di abolire il reato di vilipendio: "una procedura borbonica". Un reato anacronistico, che dà al Guardasigilli un potere enorme, visto che ha la facoltà di dare l'autorizzazione al giudizio. Inoltre, se si decidesse di abolirlo, ha detto lo stesso Storace, "si può assicurare al Capo dello Stato la possibilità di querelare con una procedura accelerata".

Secondo il leader de La Destra, Napolitano starebbe dalla sua parte. A certificare questa vicinanza ci sarebbe una lettera di Cascella (portavoce del Quirinale nel primo settennato), in cui affermerebbe che Napolitano ritiene chiuso l'incidente. Inoltre, l'intervistato ha evidenziato che un discorso del Capo dello Stato del 2009 "si chiude con l'invito ad abolire l'articolo 278 del codice penale". Dunque, ad intervenire sul tema dovrebbe essere ora il ministro Orlando.

Il politico rischia da uno a cinque anni di carcere. Un'indecenza, a suo parere, "mentre oggi si discute esclusivamente sull'immunità ai politici ladri".

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