Nicolas Sarkozy, i soldi di Gheddafi e la Libia: un regolamento di conti internazionale

L'ex Presidente francese accusato di aver ricevuto finanziamenti occulti dal Colonnello per la campagna elettorale 2007

A volte ritornano: quello del Colonnello Muammar Gheddafi è però un ritorno dal regno dei morti, quello di un fantasma che da vivo poteva rivelare i segreti più inconfessabili dei leader mondiali ma che, da morto, può rivelare ancora qualcosa.

Nessuna opera di magia, ma semplice ricostruzione dei fatti. Quando ho letto del fermo di Nicolas Sarkozy, ieri mattina, ho immediatamente pensato a quello che Mario Giordano su Il Giornale ha definito come un vero e proprio "contrappasso": chi di Libia ferisce di Libia perisce. Poi sono andato a scartabellare tra gli articoli che scrissi, anni fa, per Agenzia Radicale e mi sono accorto della presenza di un lungo filo rosso che univa la primavera araba libica, la morte di Gheddafi e l'arresto di Sarkozy.

La morte di Gheddafi

La storia comincia, o finisce, il 20 ottobre 2011 a Sirte, quando il Colonnello in fuga viene scovato nel canale di scolo dove si nascondeva, malmenato, caricato su un pick-up e giustiziato da un ribelle libico di 17 anni: la degna fine del dittatore africano, scrissero in molti; la storia, così come fu raccontata, era degna di una moderna epopea avente per protagonisti scalcagnati "ribelli", perfetta per il pubblico amante dei particolari cinematografici (la pistola d'oro dell'ex raìs, con la quale fu giustiziato).

In realtà le cose andarono diversamente: Rami El Obeidi, ex responsabile del Consiglio Nazionale di Transizione libico per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere, rivelò nel 2012 che i servizi francesi sapevano perfettamente che Gheddafi era nascosto a Sirte. A rivelar loro questa informazione furono i servizi di sicurezza siriani: Muammar Gheddafi, braccato dagli aerei transalpini che bombardavano la Libia ed abbandonato dai fedelissimi, cercò di comunicare tramite il suo satellitare Iridium con una serie di ex sodali (tra cui Yusuf Shakir, ex delfino del Colonnello) fuggiti in Siria sotto la protezione di Bashar al Assad.

Assad, che all'epoca era anch'egli sotto la lente di ingrandimento internazionale per la primavera siriana, trasformatasi in una sanguinosa guerra civile sotto gli occhi del mondo intero senza che nessuno facesse nulla per opporvisi, avvisò personalmente i servizi francesi della posizione di Gheddafi: obiettivo del Presidente siriano era limitare le pressioni internazionali sulla Siria per la repressione delle proteste civili nel paese mediorientale, che stava già connotandosi come un bagno di sangue.

Ottenute le dovute rassicurazioni dalla Francia (membro permanente con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, organo che sulla Siria da 4 anni garantisce omertà assoluta), Assad rivelò la posizione del Colonnello: la colonna di mezzi sulla quale viaggiava il Colonnello fu individuata e bombardata da due Rafale francesi, Gheddafi fu preso ferito ma vivo. Fino al colpo di grazia (secondo qualcuno dietro l'intervento di un secondo gruppo ribelle "meglio organizzato").

L'assassino di Gheddafi parlava francese.

La guerra in Libia

Nicolas Sarkozy è stato il principale promotore dell'intervento militare in Libia: già nel 2011, alla viglia dei bombardamenti Nato, il quotidiano le Monde scriveva su di un possibile finanziamento, nel 2007, da 50 milioni di euro giunto da Tripoli direttamente nelle tasche dell'UMP, il partito dell'ex Presidente francese. Proprio in quei giorni Gheddafi tuonava, dalla tv libica, contro i leader occidentali e in particolare proprio contro Sarkozy, minacciando di rivelare molto dei loro rapporti con la Libia. Oggi Sarkozy trema per le testimonianze che tre ex fedelissimi di Gheddafi, il responsabile di gabinetto Bashir Saleh, il consigliere del Colonnello Abdallah Mansour e il capo dell'aviazione libica Sabri Shadi, potrebbero riportare su quei finanziamenti per la campagna 2007.

Oltre a questo, interessanti potrebbero essere le notizie che potrebbe diffondere Seif al-Islam (figlio di Gheddafi, oggi detenuto in isolamento nel carcere libico di Zintan) su dove recuperare le innumerevoli registrazioni che l'ex raìs era solito fare degli incontri con i grandi internazionali (da Berlusconi, che non ha mai nascosto i rapporti con Gheddafi, a Sarkozy, passando per Prodi e D'Alema ed arrivando a Blair e a numerosi esponenti democratici e repubblicani americani).

Non c'era il petrolio, il gas, "l'interesse umanitario" nell'intervento in Libia: c'erano gli affari (oltremodo privati, visti gli sviluppi dell'inchiesta francese) di Nicolas Sarkozy, ma c'era anche la consapevolezza diffusa tra i capi di Stato della "pericolosità" di una mina vagante come Gheddafi. Nessuno fiatò per quella guerra, anzi: a plaudere a quell'intervento fu lo stesso Barack Obama (che ricordiamo essere un premio Nobel per la Pace, forse il peggior premio Nobel per la Pace nella storia di questo prestigioso, ed oggi insignificante, riconoscimento). L'intera comunità internazionale si disse soddisfatta di come andarono le cose e persino i pacifisti più convinti professarono pubblicamente la propria soddisfazione. In verità l'intervento in Libia fu un regolamento di conti internazionale.

La Libia di Sarkozy come l'Iraq di Bush e Blair

Oggi nessuno ricorda più la guerra in Libia, ma quando ho letto del fermo di Sarkozy e dell'indagine sul finanziamento della campagna elettorale del 2007 ho tirato un sospiro di sollievo: forse qualcuno si ricorderà. Non ho grandi speranze: George W. Bush e Tony Blair non sono mai stati nemmeno indagati dalla Corte Penale Internazionale per i Crimini contro l'Umanità, quando truffarono il mondo intero convincendo della "giustizia" della guerra in Iraq.

Anzi, oggi Tony Blair è preso ad esempio di uomo politico dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, per dirne una.

A distanza di anni, Bush e Blair hanno la responsabilità di avere devastato un quadrante del pianeta, consegnandolo in mano a dei pazzi armati di Corano e Kalashnikov che professano la giustizia della legge coranica e proclamano il ritorno al Califfato.

La speranza è che questa volta non vada allo stesso modo: ecco perchè il Tribunale de L'Aja dovrebbe chiedere le carte ai giudici di Parigi.

LIBYA-FRANCE-DIPLOMACY

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