Cgil, dove vai? Sindacato utile per uscire dalla crisi o “zavorra”?

Uno degli aspetti principali della crisi italiana di questi ultimi anni è la difficoltà dei sindacati, in particolare della Cgil, a dare risposte adeguate che incidano realmente nella situazione, ben al di là della difesa corporativa dei propri rappresentati.

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La Cgil, in primis, è oggi accusata di interessarsi solo di chi è in un certo modo “privilegiato”, cioè occupati e pensionati, disinteressandosi dei senza lavoro, specie i giovani. Così facendo la più grande organizzazione sindacale mantiene la sua forza organizzativa (oltre 5 milioni di iscritti) ma risulta sostanzialmente marginale nella contrattazione con le controparti a tutti i livelli e quasi “cancellata” dal governo Renzi.

Tutt’altro ruolo e peso ebbe la Cgil (con Cisl e Uil), in una fase altrettanto pesante sul piano economico, con l’accordo sulla contingenza siglato con il governo Ciampi. Anche allora i partiti erano “fuori gioco”, passando la palla ai sindacati, capaci però di gestire la partita con efficacia sia per i lavoratori che per il Paese.

Il sindacato – la Cgil in particolare – ha vissuto altri periodi di forte crisi (i primi anni 50, il ko alla Fiat ecc.) e sempre – oltre alle polemiche sul pansindacalismo e sulla cinghia di trasmissione – c’è stata divisione sul suo ruolo: addirittura nel periodo prefascista le correnti “riformiste” dicevano che il sindacato doveva organizzare solo chi aveva lavoro, disinteressandosi dei disoccupati.

Fu il comunista Giuseppe Di Vittorio con il suo “Piano del lavoro” (bocciato da Cisl e Uil) a identificare il nemico principale nella disoccupazione, da combattere attraverso una larga intesa su un programma di investimenti in alcuni settori essenziali (edilizia, energia, agricoltura) portando addirittura i lavoratori a lavorare gratuitamente (scioperi a rovescio) per grandi opere pubbliche e a fare ulteriori duri sacrifici.

In tal modo la Cgil dimostrava con i fatti di contribuire agli interessi generali del Paese e alla sua ricostruzione. Il limite principale di quel Piano fu quello di non saldare le masse meridionali con gli operai del Nord e quindi di diventare più una bandiera “politica” che un vero e proprio strumento di mobilitazione generale dagli effetti concreti se pur – va ribadito – importante su piano “psicologico” nel far passare la concezione che tutti (pur in ruoli diversi e ben divisi dalle classi) bisognava remare per il bene della Nazione.

Altri tempi, altri uomini, si dirà. Oggi la Cgil è in cerca di identità, incapace di esercitare una funzione contrattuale efficace, perché attanagliata dall’incertezza tra riprendere la strada di sindacato maggioritario e quella di imboccare il viottolo della trasformazione in movimento politico antagonistico strutturalmente minoritario. Susanna Camusso critica la politica (in primis Renzi): «l’autosufficienza della politica sta determinando una torsione democratica», per contestare la volontà affermata dal nuovo governo di agire senza concedere a nessuno un diritto di veto travestito da "concertazione".

Scrive Sergio Soave su Avvenire: “In realtà, la Cgil aveva già perso il diritto di veto sul terreno suo proprio, quello della contrattazione: non ha firmato e ha contestato accordi in varie categorie e in grandi aziende, a cominciare dalla Fiat, ma questo non è bastato a impedire che, spesso attraverso la consultazione diretta dei lavoratori, quelle pattuizioni entrassero in vigore, anche grazie a un atteggiamento più realistico delle altre confederazioni, più consapevoli del mutamento oggettivo delle relazioni sindacali. La tentazione di non fare i conti con una realtà nuova e aspra, nella quale la pura e semplice difesa a oltranza delle "condizioni di miglior favore" in attesa di poterle generalizzare viene ormai avvertita da molti come protezione di privilegiati a danno di chi non ha un lavoro stabile, spinge settori rilevanti della Cgil (leggi Fiom) verso sbocchi puramente politici. Altri settori sembrano scegliere la via speculare, quella di fornire la cassa di risonanza alle correnti minoritarie del Partito democratico, allo scopo di sconfiggere "l’autosufficienza" proclamata da Matteo Renzi”.

Un groviglio. Come uscirne? Due le questioni. La prima quella dell’unità sindacale: si costruisce con il consenso e non con l’imposizione. La seconda quella di strategia: il sindacato deve guardare ai contenuti concreti del governo (e del padronato) senza porre problemi di schieramento politico. Obiettivo centrale: la piena occupazione, vista sia come strumento per realizzare un cambiamento dell’economia e della società, sia come metro per giudicare le decisioni politiche, economiche e sociali adottate dai governi, Renzi o non Renzi.

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