Riforme, nella logica del “prendere o lasciare”. Renzi pronto alle urne?

Avanza deciso e fuori dalla logica delle mediazioni Matteo Renzi perché solo così può dimostrare di essere coerente con quanto promesso a quel 40,8% di elettori che vogliono cambiare verso e pensano che il “rottamatore” sia oggi l’unico in grado di scomporre il vecchio sistema politico.

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Il giovane premier-segretario sa che gioca una partita ad alto rischio ma non può più fare marcia indietro “costretto” a imporre la logica del “prendere o lasciare” riguardo agli alleati di governo e agli stessi dissidenti del Partito Democratico. Chi si permette di manifestare dubbi viene bollato come “nemico” delle riforme, difensore dei vecchi partiti e delle proprie poltrone legate al potere.

Renzi sa bene che a forza di strattonare rischia di lacerare il tessuto che tiene insieme la maggioranza parlamentare del suo governo e che tiene compatto lo stesso Pd. La riforma del Senato e quella elettorale così come sancita dal Patto del Nazareno porta alla rottura con i centristi oggi nel governo, con frange moderate di Forza Italia e con una parte dei “democratici” che non vogliono il Pd partito personale di Renzi.

Ora, nella politica da stop and go e incentrata sui colpi e contraccolpi mediatici, non si sa come interpretare la giornata di ordinaria follia a 5 Stelle con Grillo che insulta Renzi (“Questa è una dittatura di sbruffoni”) per poi capitolare alla inusuale richiesta del Pd, disposto all’incontro solo dopo risposte scritte del M5S alle questioni indicate. Dopo gli insulti, i 10 sì dei grillini al Pd lasciano perplessi sulla reale volontà del M5S: gatta ci cova!

In tutto questo ambaradan, il punto fermo (?!) resta... Silvio Berlusconi, fulcro su cui Renzi può far poggiare il progetto riformista, ma così contraddittorio e così debole da creare, oltre che doveroso allarme, anche interrogativi sulle reale volontà di Renzi. Cosa vuole veramente Matteo. Dove vuole andare?

Renzi ogni giorno dice qualcosa, da quando è cominciata l’esperienza del governo è cominciata una sequenza impressionante di conferenze stampa, di cinguettii sui social network da cui risulta che abbiamo cambiato la Pubblica Amministrazione, la Giustizia, il mercato del lavoro, il problema è che ci si limita a dirle le cose, non a farle. E gli italiani sono più sfiduciati di prima e non vedono la situazione reale cambiata di una virgola. Napolitano lancia l’ennesimo monito: “Basta inconcludenze!” E’ l’ora della svolta. Ma in quale direzione?

Scrive oggi Stefano Folli: “C'è un partito di Renzi che è ormai trasversale in Parlamento e abbraccia un pezzo consistente del Pd e un pezzo altrettanto rilevante di Forza Italia, inteso come segmento fedele a Berlusconi. Poi ci sono altre parti del Pd, ma anche di Forza Italia e di vari settori del centro e del centrodestra, che si oppongono a queste riforme e al sistema di potere renziano, in una convergenza parlamentare alternativa. Al di fuori dei due blocchi restano i Cinque Stelle, il cui tentativo di inserirsi nell'operazione viene ovviamente rintuzzato dal premier. Può darsi che alla fine Renzi (e Berlusconi con lui) riesca a piegare gli oppositori e a spuntarla su Senato e legge elettorale. Ma cosa resterebbe in ogni caso dei vecchi partiti, Pd e Forza Italia? La frantumazione è in atto e rischia di avvicinare le prossime elezioni politiche”.

Renzi si prepara a trovare il capro espiatorio e andare diritto alle urne. Alle idi di marzo?

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