Concita De Gregorio e il popolo che non smette

Pezzo emozionale della giornalista di Repubblica. Ma di cosa parla, esattamente?

«No. Così no. Così è una violenza feroce e crudele che infierisce su un corpo [...], un Paese steso a terra in lacrime, al buio nella pioggia, rannicchiato sotto i colpi. Perché non si fermano? chiede un [...] olandese alla sua ragazza, il bambino che piange a sua madre [...] perché non la smettono, come possono. Non la smettono. Sono il popolo che non smette. Non la smettono»

Così scrive Concita De Gregorio su Repubblica.

Di cosa sta parlando, la giornalista?

Forse dei bombardamenti da parte di Israele sulla striscia di Gaza? Forse del conflitto armato ancora in corso in Darfur, nonostante la tregua ufficiale? Sta parlando di quel che succede in qualche luogo dove una feroce dittatura infierisce sugli inermi? O di qualche altra nefandezza che qualche esercito commette in giro per il mondo (magari con la scusa dell'esportazione della democrazia)?

No. Niente di tutto questo.

Concita De Gregorio sta parlando di calcio. Per la precisione della semifinale Brasile-Germania, finita con il trionfo dei tedeschi che hanno rifilato ai padroni di casa del Mondiale ben 7 gol, subendone uno soltanto, a giochi fatti. Senza gli omissis [...] il pezzo suona così:

«No, così no. Così è una violenza feroce e crudele che infierisce su un corpo, una squadra, un Paese steso a terra in lacrime, al buio nella pioggia, rannicchiato sotto i colpi. Perché non si fermano?», si chiedeva la De Gregorio, chiede un tifoso olandese alla sua ragazza, il bambino che piange a sua madre, Dilma a sua figlia, perché non la smettono, come possono. Non la smettono. Sono il popolo che non smette. Non la smettono…»

E continua:

«Due, tre, quattro, cinque gol in sette minuti. Legnate su un corpo inerme, come se non avessero visto non avessero capito che era già tutto finito, di là non c’era più nessuno: giocano da soli, segnano e segnano ancora, come sotto l’effetto di una droga. Non è una vittoria, è una carneficina. Non è una sconfitta, è un’umiliazione senza precedenti nella storia, senza spiegazioni possibili persino, senza titolo e senza parole».

Cos'è che turba Concita De Gregorio, esattamente?

Che la Germania abbia stravinto? Che abbia "infierito"? Forse non sa, l'illuste collega, che lo sport è fatto di vincenti e di perdenti: è nella sua logica, nella sua retorica, e con buona pace di De Coubertin, la storia la scrive chi vince. E chi stravince. La vittoria di ieri della Germania contro il Brasile colloca la nazionale di calcio tedesca a buon diritto nei libri di storia. Di questo sport. Di uno sport, appunto. Di uno sport che è sublimazione nel gioco di istinti naturali dell'essere umano, che è competizione e che prevede la sconfitta. A volte anche l'umiliazione. Sportiva, però. Non di un popolo, santo cielo. Sportiva.

Forse l'illustre collega pensa che i tedeschi avrebbero dovuto entrare in campo nel secondo tempo lasciando campo libero agli avversari? Fingendo di giocare? Magari facendo fare loro due o tre gol per non esagerare? E quando, esattamente, avrebbero dovuto smettere? Dopo il terzo? Dopo il quarto? E perché?

Nel pezzo, poi, quei riferimenti al "popolo" ("che non smette"), alla "droga", rendono il tutto davvero fuori luogo, oltre i confini della realtà. Un "popolo che non smette"? Erano undici calciatori più un allenatore e delle riserve, contro i corrispettivi brasiliani. Nient'altro.

Resta una curiosità. Se per una partita di calcio la De Gregorio scrive:

«Così è una violenza feroce e crudele che infierisce su un corpo, una squadra, un Paese steso a terra in lacrime, al buio nella pioggia, rannicchiato sotto i colpi»

dovesse vedere, per dire, quel che succede a Gaza, cosa scriverebbe?

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