Renzi, premier riformatore o “grimaldello” dei poteri forti per scardinare la democrazia?

L’Europa viene quasi sempre tirata in ballo ad uso e consumo delle faccende interne alla politica italiana, per questioni di schieramento e di potere. Il tam-tam renziano insiste: “E’ l’Europa che ci chiede di fare le riforme”. Vero. Ma quali riforme?

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Le uniche riforme che l’Europa non chiede all’Italia sono proprio quelle di natura costituzionale, anche perché l’Ue non si pronuncia quasi mai su queste questioni. L’Europa insiste perché l’Italia faccia vere riforme strutturali sul lavoro, sull’occupazione, sul fisco, sulla giustizia civile, cioè riforme per recuperare la competitività e rilanciare l’economia.

In Italia la situazione di crisi resta molto pesante e non si intravede l’uscita dal tunnel perché c’è la latitanza della politica, o peggio. Tutte le energie del Governo e del Parlamento sono concentrate sulle riforme di Senato e legge elettorale, portate avanti con zelo al limite della spavalderia dal presidente del Consiglio. Se il premier e i suoi ministri si occupassero concretamente di come superare la crisi gli italiani ritroverebbero fiducia per risalire la china e l’Italia avrebbe anche maggiore credibilità in Europa per chiedere la flessibilità dei conti in rosso del nostro malandato Stato.

Flessibilità che solo la propaganda governativa dice di aver ottenuto dall’Europa (leggi Merkel), ma di cui non si vede niente di concreto, se non pressanti richiami a rispettare i patti. Insomma, invece di giocare la partita importante di campionato ci si impegna nel torneo paesano, in un gioco delle tre carte fra le due maggioranze del governo, quella politica di centrosinistra e quella parlamentare con Berlusconi.

Impostata come chiede il governo - prendere o lasciare - la riforma del Senato è un pretesto per collegarla con l’Italicum-Porcellum bis, cioè una legge elettorale basato sul patto del Nazareno fra Renzi-Berlusconi consentendo a Pd e FI di spartirsi il bottino e il consenso dell’opinione pubblica.

Ecco perché gli italiani restano quanto meno perplessi di fronte al solito teatrino della politica ed ecco perché cresce anche in parlamento il fronte trasversale del malcontento verso Renzi. Non sono pochi a prevedere – in caso di totale chiusura del Governo – una dura resa dei conti parlamentare, con una conclusione tutt’altro che indolore per premier e governo.

Fra i più anti-Renzi, oltre al senatore Pd Vannino Chiti, c’è l’ex ministro della Difesa Mario Mauro che a Pietro Vernizzi dichiara: “Renzi non può cantare vittoria, qui oggi si deve distinguere tra princìpi e prìncipi. Si deve cioè scegliere tra i doveri di una corte e l’appartenenza a una grande storia che è quella della nostra nazione garantita da un’ottima Costituzione. Da parte di chi sostiene le riforme del Governo, più che la concretezza del fare e la difesa della verità, c’è la preoccupazione di non contrastare il principe”. La conclusione del senatore Mauro è pesante, addirittura inquietante: “Renzi ha dalla sua molti poteri forti, che in lui hanno trovato il grimaldello attraverso cui scardinare la nostra democrazia. Mi riferisco ai poteri forti di natura finanziaria, che possono essere giustamente chiamati in causa come la vera origine dell’avventura politica di Renzi”.

Napolitano, se ci sei batti un colpo!

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