Renzi e la svolta autoritaria che (lo) fa sorridere

Il premier si fa beffe di chi pensa che la sua riforma abbia molti problemi per il normale processo democratico di legiferazione. Ma non può mettere a tacere proprio tutti

Matteo Renzi sorride, a chi parla di svolta autoritaria.

Può permetterselo perché – a meno di sorprese in aula – la sua riforma del Senato sembra essersi messa in carreggiata, in viaggio, sola andata, verso l'approvazione definitiva.

Potrà anche sorridere, Matteo Renzi, e potranno anche sorridere i suoi ministri, in testa Maria Elena Boschi, che qualche tempo fa ha avuto modo di pronunciare le seguenti antistoriche e propagandistiche parole:

«Io temo una cosa sola e cioè che in questi trent’anni, le continue prese di posizione dei Professori abbiano bloccato un processo di riforma che oggi invece non è più rinviabile per il nostro Paese».

Come si possa lasciar passare un'affermazione del genere – volta semplicemente a minare quell'esiguo consenso rimasto alle poche e isolate voci critiche, rispetto a questo supergoverno delle larghissime intese – non si sa. Tant'è, è proprio questo che sta permeando il Paese, quello che incontri in metropolitana o al bar, o in treno fra i pendolari nervosi per il ritardo. Una sensazione di iperattivismo di questo governo, che «almeno sta facendo qualcosa» (come se «fare qualcosa» fosse necessariamente sinonimo di «fare bene»), e che magari, ai pendolari, potrebbe anche risolvere il problema dei treni in ritardo, chissà (al discorso manca solamente un «quando c'era lui», e poi è tutto perfetto).

Potrà anche far sorridere, chi parla di svolta autoritaria, ma i fatti della riforma parlano di un'architettura dello Stato fortemente snaturata, con il sistema di controllo Camera-Senato che viene meno (e sentire Renzi che lo smonta e lo liquida come un impiccio per il normale svolgersi del processo democratico, in una battutina retorica che potrebbe funzionare a Zelig o a Che tempo che fa) e un super-premierato che emergerà dalle urne qualunque sia il risultato (al massimo dopo un ballottaggio) e che premierà solo ed esclusivamente i partiti forti.

Con il 55% di seggi nell’unico ramo del parlamento dotato ancora di una funzione legislativa, chi emergerà dalle urne come vincitore anche solo relativo (in virtù della soglia di sbarramento, fondamentalmente, solo un partito grosso. «Basta con i partitini» è solo uno dei punti di contatto fra Berlusconi e Renzi, per dire) potrà, sostanzialmente, fare qualsiasi cosa, godendo fondalmentalmente di un quinquennato privo di opposizione. Il Partito Unico di Maggioranza avallerà i decreti del governo (che di fatto si prenderà definitivamente anche il potere legislativo, proseguendo la tradizione ormai decennale dei decreti legge, uno strumento in teoria da usarsi con misura ed eccezionalità), deciderà anche, se gli toccherà, il Presidente della Repubblica, annichilirà l’opposizione interna – già visto con Corradino Mineo – e via dicendo.

Ce n’è anche per tutti coloro che “ma anche Rodotà e Berlinguer volevano abolire il Senato”. Per favore. Si era negli anni ’80, c’era un altro sistema elettorale e la proposta – la si legga prima di parlare – andava a rafforzare e non a indebolire il processo democratico di avvicinamento della politica ai cittadini. C’era il proporzionale con le preferenze, non un maggioritario con i listini bloccati. Fare calderoni antistorici, parlare di trent’anni fa come se fosse il presente, è tipico di questa forma spinta e aggressiva e sloganistica di marketing politico. Funziona, perché per disinnescare il meccanismo occorrono parecchie righe, e il lettore, dopo un po’, si stanca. Meglio le battute del premier.

Il quale ha tutti i diritti di sorridere. Ma deve permettere alle poche voci critiche di chiamare questa riforma con il suo nome: svolta autoritaria.

Matteo Renzi e la svolta autoritaria

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