Caso Errani, le elezioni in Emilia-Romagna “termometro” per Renzi?

Sul piano politico la condanna del governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani con relative dimissioni è un macigno sul groppone del Pd e una spada pendente sul capo dello stesso Matteo Renzi.

errani


L’affaire del presidente della regione simbolo del buon governo della sinistra riformista è un fulmine a ciel sereno nell’agenda di Renzi, soprattutto perché le (obbligatorie) elezioni emiliane che si terranno al massimo entro novembre 2014, diventano il termometro dello stato di salute del PD regionale, e anche una pagella sull’operato del governo nazionale e dello stesso premier.

Vista l’aria che tira, ogni occasione è buona per dimostrare come la pensa l’elettore italiano e questa dell’Emilia Romagna è una occasione ghiotta per far pesare il proprio voto, o con l'astensione, dimostrare il proprio malcontento.

Il mondo è cambiato e anche la via emiliana al socialismo tracciata dal Pci ha subito strappi e trasformazioni, oggi quasi irriconoscibile. Nella "rossa" Bologna - ma era così anche nelle altre città emiliano-romagnole - quando il Pci teneva saldo in pugno il governo della città, l'amministrazione comunale era considerata una palestra, una scuola di formazione della classe politica. Dare buona prova di sé nella gestione della cosa pubblica locale era il naturale trampolino di lancio per essere poi eletti in Parlamento o assumere importanti incarichi nel partito.

Oggi il clima è completamente cambiato. La stessa Bologna, da tempo, non è più un'amministrazione modello. È finita l'epoca dei sindaci mitici come Dozza e come Renato Zangheri e Renzo Imbeni, le cui giunte sono ancora oggi ricordate per il piano di risanamento del centro storico e le battaglie per i diritti, fino a quelli dei gay.

La Regione ha perso molto dello smalto che aveva una volta. Molte cooperative sono sull’orlo della chiusura, ci sono stati la sconfitta storica della sinistra a Bologna, poi il caso Delbono, il “sindaco breve”, le spese pazze in Regione e ora la batosta Errani, proprio sul presidente più longevo, una bandiera del rinnovamento nella continuità.

Quando succedono queste cose, i cittadini vogliono un ricambio politico. Anche se, qui (e altrove) l’alternativa non c’è, con lo sfascismo grillino poco credibile e con il centrodestra sfarinato. Nel Pd può riesplodere la corda tesissima fra renziani e bersaniani&C, tant’è che c’è chi vuole addirittura sostituire Errani saltando le primarie. Il centrosinistra non ha un candidato condiviso, ma almeno 4 o 5 in lizza, con rischio baraonda e con il fantasma del famoso ko di Bologna del 1999.

Corre voce che sarà Giuliano Poletti (ma ci sono anche Graziano Delrio, Matteo Richetti ecc.) il candidato del Pd a Governatore dell’Emilia Romagna, senza doversi sottoporre al rito delle ‘’primarie’’. Così, in un settore delicato come il lavoro e il welfare sarà nominato, dall’inizio della legislatura, un terzo ministro. Dice l’emiliano Giuliano Cazzola: “Che dire? Renzi intende applicare proprio in quella posizione la riforma del contratto a termine”.

Insomma, per Renzi queste elezioni giunte fra capo e collo, non ci volevano: una brutta gatta da pelare che potrebbe indurre il premier-segretario a rompere gli indugi e chiamare gli italiani al voto anticipato alle idi di marzo (2015). A novembre, di solito, tira aria di burrasca.

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