Renzi “gode” per la Indesit passata alla Whirpool ma tace sulla desertificazione industriale: perse 120 mila fabbriche!

Il premier Matteo Renzi gode per il passaggio della Indesit (famiglia Merloni) all’americana Whirpool (già proprietaria della varesina Ignis) rivendicando, anzi, di aver spinto perché l’operazione andasse in porto. E’ la globalizzazione, bellezza!

ilva

Sì, ma qui la ruota gira sempre e solo da un verso, con i simboli italiani (moda, alimentare, meccanica, acciaierie, energia, telecomunicazioni, trasporti, banche, assicurazioni, fino allo sport, ecc.) comprati dagli stranieri, ben contenti di accaparrarsi (a buon prezzo?) le eccellenze del Made in Italy.

Il paradosso e la contraddizione possono andare a braccetto: da una parte ci si lamenta che il Belpaese non attrae investitori esteri e poi quando arrivano si gradi al lup! Al lupo! Vero. Ma qui il rischio è quello di smantellare l’azienda-Italia per un piatto di lenticchie (soldi ai proprietari privati) con poco o niente a favore della collettività e del Paese.

C’è anche un dato di fatto allarmante sul cammino dei nostri imprenditori: la prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza vende e incassa. Non è stato così e non è così per molte aziende italiane? Il tutto favorito da governi incapaci di indicare la via d’uscita dalla crisi, soffocando le azienda con tasse e balzelli burocratici e con costi del lavoro pesantissimi, e di una classe politica a dir poco inadeguata (spesso ingorda e disonesta), chiusa nella difesa a riccio dei propri interessi, che fa di tutto per radere al suolo la potenza industriale e imprenditoriale nazionale. Per non parlare dei sindacati, fermi nella difesa miope ad oltranza del bidone di benzina vuoto.

Per fortuna c’è una Italia che resiste, una industria e una impresa che tengono alta la testa nel mondo e non a caso resta competitiva sui mercati e appetibile nel gioco delle compravendite della finanza mondiale. L’acquisto della Indesit da parte di Whirpool dimostra quindi anche che si crede nel lavoro italiano, nel suo mercato, in chi in quelle aziende opera quotidianamente. Ma non basta.

Scrive Rinaldo Gianola su l’Unità: “Il passaggio della Indesit in mani americane è soprattutto l’ultima sconfitta del capitalismo privato italiano, del nostro sistema economico e imprenditoriale incapace di difendere i pezzi pregiati della manifattura nazionale proprio mentre il premier Renzi, la Confindustria, i sindacati, tutti quanti giurano di voler tutelare e rilanciare il nostro tessuto produttivo. «L’Italia delle fabbriche», per dirla con il titolo di un bel saggio di Giuseppe Berta, sta scomparendo, la desertificazione industriale avanza, abbiamo perso 120mila fabbriche e il 25% della produzione. Che cosa deve ancora succedere affinché il governo e tutti i soggetti imprenditoriali e sociali prendano coscienza di questo depauperamento e agiscano di conseguenza? Quale altra grande impresa dobbiamo perdere, dopo le decine che abbiamo visto filare all’estero, affinché si cambi davvero verso con una incisiva politica industriale che veda l’intervento coerente e decisivo dello Stato? Le aziende chiudono, gli stranieri fanno shopping dei nostri gioielli e in Parlamento c’è chi pensa che il vero problema che ostacola la competitività italiana sia l’articolo 18. Siamo proprio un Paese malato.

Forse non succederà nulla. O magari ci toccherà vedere dopo il fallimento della parziale privatizzazione di Fincantieri, la vendita di ulteriori quote di capitale di Eni ed Enel, cioè i bastioni della nostra economia. Una scelta discutibile: lo Stato non riesce a vendere Fincantieri e allora per recuperare 5 o 10 miliardi di euro rischia di perdere il controllo di due imprese strategiche per il Paese. Altro che politica industriale. Possibile che la privatizzazione di Telecom o di Alitalia, il «nocciolino duro» dei ricchi privati o la cordata di «patrioti» non abbiano insegnato niente? Più di trent’anni fa, quando c’erano i comunisti, Luciano Barca, allora responsabile dell’Industria, condusse dure battaglie politiche per far ragionare i governi dell’epoca, i sindacati, le imprese sulla necessità di ristrutturare il nostro tessuto produttivo, per difendere le eccellenze industriali e puntare gli investimenti su nuovi settori avanzati. Una battaglia inutile, persa anche quella. Gli effetti li vediamo oggi”.

E la politica, premier e governo in testa, hanno altro da fare.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO