Riforme, Rodotà: "Il potere nelle mani di Renzi sarà enorme"

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Stefano Rodotà

torna a criticare le riforme del governo. In un'intervista pubblicata oggi da Il Fatto Quotidiano, il noto costituzionalista propone una dura disamina sull'Ialicum e sul nuovo Senato. Nelle sue parole si avverte anche una punta di rassegnazione, dettata dalla convinzione che in Parlamento non ci sono i numeri per incrinare l'asse Renzi-Berlusconi. "Il mio stato d'animo è terribilmente malinconico -ha detto al giornale di Padellaro- poteva finire in modo molto migliore di come si avvia a concludersi".

Innanzitutto, la prima puntata polemica del costituzionalista è rivolta al metodo scelto dal rottamatore per portare avanti il suo progetto; e la forma è sostanza. I dispositivi presentati, secondo il professore, hanno una tendenza autoritaria e stanno per essere approvati senza un'opportuna discussione preliminare: "Quante volte abbiamo chiesto di conoscere i punti di questa intesa e quante volte siamo stati liquidati con un "ma cosa volete"? [...] Non vogliamo chiamare il combinato disposto del nuovo Senato più Italicum "svolta autoritaria"? Diciamo allora che assisteremmo a un enorme accentramento di potere nelle mani dell'esecutivo e del premier".

Il rischio principale, per Rodotà, è la scomparsa dei pesi e contrappesi, garantiti dalla nostra Costituzione. Se questi verranno a mancare, l'autorità di controllo sarà spostata all'esterno del Parlamento, più precisamente sulla Consulta. Questa verrà così "caricata di un compito politicamente molto delicato. Ed è ciò che ha costituito l'oggetto della critica degli ultimi vent'anni, troppo potere alla magistratura".

L'Italicum, poi, potrebbe avere effetti devastanti. Rodotà mette subito da parte il dogma della "governabilità", che non può essere pensato come l'unico principio guida per l'elaborazione della norma. Il punto, rimane un altro:"Chi va al governo con l'Italicum controllerà direttamente o indirettamente 10 dei 15 giudici costituzionali (5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal Quirinale). La maggioranza può impadronirsi del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Mi spingo più in là: avremo un premier e un esecutivo che si impadroniscono del sistema costituzionale, senza forme efficaci di controllo".

Per quanto concerne nello specifico l'elezione del Capo dello Stato, Rodotà non crede alla proposta del governo di far scattare la maggioranza assoluta alla nona votazione (e non più alla quarta). Questa scelta non rappresenterebbe nessuna garanzia di autonomia nell'elezione del Presidente e sarebbe comunque disconfermata dai dati empirici: le elezioni sono arrivate nella maggior parte dei casi ben oltre il quarto scrutinio.

Inoltre, un altro fattore da non prendere sotto gamba sono le soglie di sbarramento: l'8%, per una forza politica che si presenta fuori dalle coalizioni, e il 12%, per i partiti in coalizione. Tale impostazione è tanto più perniciosa alla luce della proposta avanzata dal governo sui referendum abrogativi. Da un lato si va verso la salvaguardia di posizioni acquisite, dall'altro si allontano i cittadini dalla partecipazione: "Portare a 800mila le firme per un referendum, addirittura a 250 mila le firme per un disegno di legge popolare, è esattamente il contrario di ciò che si chiede. Il referendum in Italia ha avuto un ruolo fondamentale : nel 1974, sul divorzio, ha sbloccato il sistema politico".

Ma c'è poco da fare, ormai i giochi in Parlamento sembrano fatti. A confermarlo sono anche le dichiarazioni "disperate" del senatore Pd Sergio Zavoli, rilasciate sempre a Il Fatto. Il senatore ha bocciato le rifomre del governo Renzi come "spaventose", ma ha anche detto di non poterle non votare. L'ex giornalista, infatti, si sentirebbe "sotto ricatto", perché un suo eventuale dissenso metterebbe in crisi l'esecutivo e si andrebbe verso "la barbarie e il disordine politico".

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