Il declino del Movimento 5 Stelle

Da tsunami della politica a forza ininfluente che prova a dialogare. E il nuovo corso non sembra funzionare.

Sicuramente è presto per parlare di un inizio della fine del Movimento 5 Stelle e della sua spinta propulsiva. Quel che è certo è che al momento di quello tsunami che doveva investire la politica non rimane che la risacca: il vero tsunami semmai è il Pd di Matteo Renzi (lo dicono i numeri delle europee, non per altro). Cos'è successo? Il trionfo delle elezioni politiche del 2013 (ricordiamo, il M5S prese allora il 25% dei voti eguagliando di fatto il Pd) era stato all'insegna del "tutti a casa!", parola d'ordine che era stata poi ampiamente rispettata nei primi mesi da forza parlamentare.

Nessun accordo, nessun dialogo, ma occupazione delle commissioni parlamentari e deputati sui tetti di Montecitorio per urlare le loro proteste. Ogni post di Beppe Grillo era una valanga che si rovesciava sulla politica, ogni apparizione di Gianroberto Casaleggio avvolta da un'aura di sacralità; attorno a tutto questo un tifo da stadio di elettori super-galvanizzati in buona parte provenienti dall'area del non-voto e dell'antipolitica, che finalmente avevano trovato qualcuno che desse risposta alla loro rabbia più o meno cieca.

Una forza d'urto che non veniva minimamente scalfita dai processi ai dissidenti, dalle espulsioni, dalle accuse di fare solo scena senza costruire nulla e nemmeno dai risultati deludenti in parecchie elezioni regionali e amministrative. Tutto questo è durato più di un anno: fino alle elezioni europee. Lì, l'incantesimo si è rotto. Chi inneggiava al sorpasso, al Movimento 5 Stelle pronto a prendersi il governo, al flop immediato di Renzi, del suo Pd e del suo governo è rimasto con un palmo di naso. Il Partito Democratico ha preso il 40%, il M5S la metà dei voti.

La delusione, inutile negarlo, è stata grossa. In primis per Beppe Grillo, che dopo qualche video in cui tentava di risollevare il morale dei militanti (ancor più a terra, in generale, dopo l'alleanza in Europa con la destra dell'Ukip) per un po' di tempo è rimasto sotto traccia, mentre Casaleggio era convalescente e sulla via del recupero. In tutto questo, sembrerebbe, è stato Luigi Di Maio ad approfittare della situazione caotica e a prendere le redini del partito, diventandone di fatto il reggente e imponendo - con l'accordo di Casaleggio e contro Grillo, o almeno così si dice - il cambio di strategia che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Da un giorno all'altro si è passato dalle azioni clamorose in aula, alle trattative; dalla chiusura totale, agli incontri in streaming per discutere delle riforme con il Partito Democratico. Da un giorno all'altro si è passato da "questa è la nostra legge elettorale decisa dal popolo del web, e da qui si parte" alle proposte di modifica all'Italicum di Renzi e Berlusconi e alla riforma del Senato. Inevitabile lo spaesamento degli elettori, visto che la linea che avrebbero voluto intraprendere coloro i quali hanno pagato con l'espulsione le loro posizioni è stata poi abbracciato in pieno; spaesamento causato anche per vicende secondarie: Pizzarotti è passato dall'essere un traditore all'essere nuovamente uno dei beniamini del Movimento, così, improvvisamente.

Spaesamento ancora più grande se si considera che questa nuova linea non sta pagando: né a livello elettorale (i sondaggi politici danno il M5S in calo), né a livello politico. Si vedrà che cosa succederà nei prossimi incontri in streaming, ma al momento sembra che sia solo il Partito Democratico ad avere in mano il pallino, a decidere se e cosa fare delle aperture pentastellate. L'inversione a U di cui è protagonista Di Maio non sembra funzionare, il M5S è all'angolo, come prima; solo che adesso è anche molto meno galvanizzante per i "duri e puri" (e aver messo il silenziatore ai vari Nuti, Di Battista, Taverna, Fico, da questo punto di vista, non aiuta). Una situazione molto difficile, tanto che inizia anche a circolare la voce che Beppe Grillo si stia stancando di questa sua nuova avventura ormai lunga 7 anni.

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