Commissione Ue: il piano di Juncker per la crescita

300 miliardi per la crescita e per assicurarsi il voto del Pse. Ma servirà a qualcosa?

La nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione Ue passava dal voto favorevole del Pse. E il voto favorevole del Pse era legato indissolubilmente alla parola crescita. E così per forza di cose Juncker di crescita ha dovuto parlare, lanciandosi anche in un piano dal valore totale di 300 miliardi. E certo, detto così 300 miliardi sembrano proprio tanti, però si sta parlando di un piano per un continente da mezzo miliardo di abitanti e di numeri che in confronto alle stime previste per un piano shock di incentivi sembrano quasi nulla: la precedente commissione aveva quantificata la cifra necessaria in 10mila miliardi.

Cifre pazzesche, che però probabilmente avrebbero portato a qualche risultato (come dimostrano le massicce iniezioni di liquidi decise da Obama per risollevare l'economia USA); cosa che invece non può certo essere garantita da questi 300 miliardi. Tanto più che tutto il piano è rimasto decisamente vago, misure precise di cose da fare non ce ne sono, quello che si sa è che gli investimenti non andranno a scapito delle regole per ridurre il deficit e il debito pubblico. In questo modo, la Germania e gli altri euro-falchi non si sono innervositi più di tanto.

Dove andranno a finire questi 300 miliardi? In investimenti in settori strategici come energia, trasporti, banda larga e reindustrializzazione, nei prossimi tre anni. Una svolta importante, visto che dall'inizio della crescita si è parlato solamente di austerity e rigore e ora si dichiara esplicitamente di voler provare la strada degli investimenti. In attesa di capire meglio dove e come saranno investiti questi soldi, resta però ancora un'altra domanda: da dove arriveranno?

80 miliardi di euro, stando anche ai calcoli fatti da Repubblica, dovrebbero arrivare dai fondi strutturali Ue, che ancora non sono stati erogati e quindi sono a disposizione. Altri 180 miliardi dovrebbero arrivare dalla Banca Europea per gli Investimenti (la Bei), ma si tratta di soldi che devono in qualche modo autogenerarsi. La Bei ha infatti a disposizione 10 miliardi di euro, attraverso i quali può emettere titoli per 60 miliardi. Soldi che potrebbe venire destinati a diversi progetti, che attraendo i capitali privati possono moltiplicarsi fino ad arrivare a 180 miliardi.

Mancano ancora all'appello 40 miliardi, che potrebbero giungere dai project bond (su cui intende puntare anche Matteo Renzi nel semestre italiano di guida della Ue): si tratta di investimenti privati che vengono però garantiti dalla Ue nel caso in cui chi questi soldi ha ricevuto (classicamente un'impresa che è al lavoro su qualche grande opera) non riesca a fare fronte agli impegni. E così, si arriva a quota 300 miliardi, cento all'anno. Ma basterà per rimettere in moto l'inceppatissima macchina europea?

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