Waiting for Gaza

Un documento video inedito dalla Palestina, per raccontare la complessità. Girato nel 2009, è una storia senza tempo

Nel 2009 ho partecipato a una missione umanitaria in Palestina, come documentarista al seguito di una delegazione italiana della ReCoSol (Rete dei Comuni Solidali), con cui ero stato in Mali un paio d'anni prima, sempre per girare un documentario.

La missione aveva come obiettivo quello di entrare a Gaza (che era sottoposta al blocco israelo-egiziano fin dal 2007), verificare e documentare con riprese video la situazione sociale e umana nella "striscia" dopo il blocco. Speravamo anche di incontrare Vittorio Arrigoni, che viveva nella striscia dal 2008.

Nonostante i nostri documenti e visti fossero in regola, la nostra missione veniva fermata alla frontiera (lato israeliano), una frontiera controllata dalla burocrazia israeliana e da forze armate almeno apparentemente private, appartenenti a chissà quale struttura di contractor, dopo qualche giorno di attese, telefonate al consolato, immobilismo, ripiegavamo sui cosiddetti territori. Aspettavamo di sapere, ogni giorno, se saremmo entrati a Gaza.

Pochi fra i membri della delegazione, che sul posto si appoggiava a Meri Calvelli, avevano nozione, se non sulla carta e per racconti vari, di seconda o terza mano, di quello che accadeva realmente in Palestina.

Ho girato, in quelle due settimane di soggiorno in Palestina, quanto più potevo con la mia telecamera e ho poi cercato di mettere il tutto insieme in un formato che potesse essere apprezzato anche da chi non c'è mai stato, cercando di raccontare un lato della questione palestinese che molto spesso si tende a minimizzare o a derubricare a "propaganda di Hamas".

E vale la pena di chiarire bene: qui non c'entra Hamas, ma c'entra un punto di vista di un italiano accompagnato non già a fare il turista nelle bellezze di Israele, ma a toccare con mano cosa significhi vivere nelle terre dominate dai coloni in espansione, subire un vero e proprio apartheid (all'ennesima potenza) a Hebron, camminare all'ombra del muro (o meglio, di uno dei tanti muri) eretti a separazione di non si sa bene cosa, vivere con l'ansia della sicurezza (da entrambe le parti, è chiaro: il discorso è complesso), vivere nel terrore psicologico della burocratizzazione della separazione medesima.

Il tema, comunque, è tale per cui col tempo ho dovuto desitere dall'idea di proseguire nella realizzazione di un documentario più ampio e articolato: al di là delle difficoltà economiche, è pressoché impossibile trovare una collocazione che consenta quantomeno di realizzare un progetto "sostenibile".

Ilan Pappé, storico israeliano (sì, israeliano) che avrei dovuto intervistare per portare avanti il mio progetto documentaristico – la cosa, purtroppo, è saltata per mancanza di budget – ha scritto, sul tema, un libro molto documentato e, ovviamente "a tesi" (d'altra parte, invito a diffidare di chiunque si permetta di raccontare agli altri che fa informazione "oggettiva"), dal titolo inequivocabile: La pulizia etnica in Palestina (The Ethnic Cleansing of Palestine, Oxford, OneWorld Publications, 2006). Ne consiglio vivamente la lettura.

Perché la storia di quelle terre è complicatissima e resa ancor più complicata dal 1948, quando iniziò quello che dal punto di vista di Israele è stato un percorso di "riappropriazione" della Terra Promessa e che, invece, dal punto di vista della Palestina, è stato la nakba. Il disastro, la tragedia, la deportazione di migliaia di palestinesi (nel 1951 erano 711.000 gli arabi cui erano state espropriate terre e case, i discendenti di quei 711mila sono probabilmente più di 4 milioni).

Una ricorrenza che i palestinesi celebrano con dolore.

E che – pensate un po', quando si parla di propaganda, terrore psicologico, cancellazione del diritto all'identità di un popolo – ha portato anche alla cosiddetta Nakba law, approvata dal Knesset, il parlamento monocamerale di Israele, attraverso l'emendamento n. 40 del 2011 alla Budgets Foundations Law (1985) - Reducing Budget or Support for Activity Contrary to the Principles of the State.

Cosa dice la Nakba Law? E quali sono le attività contrarie ai principi dello stato? Semplice.

Il Parlamento di Israele ha deciso di ridurre i fondi statali a qualunque associazione non governativa (ONG, fra cui, naturalmente, anche le associazioni che hanno importanti progetti di sviluppo nei territori o a Gaza, per dire) che metta in piedi forme di manifestazione per ricordare la Nakba.

Il messaggio è chiaro: bisogna negare assolutamente che la formazione dello stato di Israele abbia causato sofferenza, dolore, morte e distruzione ad altri, gli arabi, i palestinesi. O almeno tentare di mettere a tacere chi lo ricorda.

Capite bene, se avete colto la questione, che una ONG che dovesse operare sul territorio israeliano con progetti magari rivolti ai bambini, potrebbe anche rinunciare alle commemorazioni pur di portar avanti un progetto. E le commemorazioni sono importanti, perché costituiscono l'identità d'un popolo (ecco perché, in Italia, bisogna guardare con molto sospetto chiunque neghi l'essenza del 25 aprile e la necessità di festeggiarlo, per dire). E cancellare l'identità, la storia della Palestina, degli arabi che vivevano in quelle terre prima del 1948, è fondamentale per chi vuole proporre l'idea (antistorica) che quelle terre siano da sempre di Israele.

Non saranno queste poche righe a gettar più luce sulla questione, è ovvio. Non sarà, probabilmente, neanche questo filmato. Però, visti i tragici eventi violenti di questi giorni (che da più parti ci si ostina a chiamare "guerra", altra banalizzazione), ho deciso, insieme a Fulvio Nebbia, con cui condivido l'avventura dell'indipendente ik Produzioni, di montare e di rendere disponibile gratuitamente sul web (e per cominciare in anteprima esclusiva su Polisblog e Blogo, la testata online che ho il piacere di dirigere).

Waiting for Gaza andrebbe guardato senza preconcetti: cinque anni dopo è una storia senza tempo, che può aiutare, almeno, ad avere un punto di vista che senz'altro non si trova nel mainstream, che troppo spesso viene relegato a ideologia dalla retorica politica. E ad avere un'idea della complessità della situazione in quelle terre.

Una complessità che i titoli ad effetto dell'informazione distorta e il "tifo" online non fanno che banalizzare.

Mentre giravo Waiting for Gaza, mentre l'ho montato, stavo imparando: è quel che dovrebbe fare ogni giornalista, ogni documentarista che si appresti a raccontare una storia, secondo me. Studiare ed imparare. Ed è questo lo spirito con cui, da oggi, Waiting for Gaza è online, perché è sul web e grazie a realtà libere e indipendenti come Blogo che lavori come questo possono trovare una casa e una diffusione.

Waiting For Gaza - Un documentario iK Produzioni, di Alberto Puliafito




    Waiting for Gaza, HDV, 2009-2014, 29'33"
    è un documentario iK Produzioni
    filmato, scritto, diretto e montato da Alberto Puliafito

    prodotto da Fulvio Nebbia.

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