Forza Italia: le tre anime del partito di Berlusconi

Pochi i fedelissimi rimasti al leader, in Fi è tutti contro tutti.

È stato il partito più monarchico che la storia d'Italia ricordi, e lo è stato per oltre vent'anni: Forza Italia diventata Pdl e poi tornata alle origini ha sempre e solo vissuto grazie alla leadership carismatica di Silvio Berlusconi. Ma nemmeno l'ex Cavaliere è eterno: l'età avanza, le prime condanne sono giunte assieme all'onta della decadenza e dei servizi sociali e il declino elettorale ha definitivamente mandato il partito in subbuglio.

A lasciare perplessi i dirigenti è però in primis questa nuova forma riformatrice che Forza Italia ha preso. Soprattutto perché si tratta di riforme da fare con quel partito che, a sua volta sotto una guida monarchica, sta prosciugando il bacino elettorale del partito di maggioranza del centrodestra: il Partito Democratico di Matteo Renzi. E il sospetto è che la decisione di Berlusconi di continuare l'abbraccio con l'attuale premier sia dettato da motivazioni esclusivamente personali.

Che sia per lasciare una figura da "padre della patria" che ha contribuito a risolvere l'annoso problema della riforma elettorale e a dare il via al nuovo Senato o che sia perché spera che questa sua nuova veste riduca a più miti consigli la procura di Milano, quel che è certo è che a giovarsi di tutto ciò sarà solo Berlusconi. Non certo Forza Italia.

Continuare a collaborare con il Pd non può aiutare elettoralmente il partito. Anzi, rischia di accelerarne il declino, visto che in tanti elettori del centrodestra - già attratti dalla figura di Renzi - potrebbero non capire per quale ragione continuare a votare un partito che insegue quello che dovrebbe essere il suo competitor e decidere di votare direttamente per gli ex acerrimi nemici. Il risultato è che il partito si è spaccato in tre correnti.

Da una parte i fedelissimi di Silvio Berlusconi, quelli che si fidano ciecamente e indipendentemente dall'opportunità politica del nuovo corso del partito (e che quindi sono in prima linea nelle riforme da farsi con il Pd). Tra questi troviamo ovviamente Denis Verdini, poi Paolo Romani, Giovanni Toti, Mariastella Gelmini. Quale strada da seguire vedano, al di là delle dichiarazioni ufficiali, e quale futuro politico (vista anche la giovane età di molti di loro) resta però un mistero per tanti.

Un mistero soprattutto per i dissidenti, che ormai ci sono in ogni partito e quindi anche in Forza Italia. Il capofila è Raffaele Fitto, con lui Renata Polverini, Daniele Capezzone, Saverio Romano. Più facile provare a immaginare quale sia il vero scopo della loro battaglia all'interno del partito: non manca molto al momento in cui Berlusconi inevitabilmente dovrà ritirarsi o quanto meno assumere un ruolo di secondo piano. E quando questo avverrà, Fitto e gli altri sperano di potersi giocare le loro chance per fare parte della futura leadership del partito. Partito che sperano di ereditare in salute e non prosciugato da Renzi.

In mezzo ci sono i critici: Renato Brunetta, Augusto Minzolini, Bonfrisco e D'Anna. Non puntano così apertamente al superamento di Berlusconi, non pensano ancora a prendere il posto del capo; vogliono però evitare (comprensibilmente) che Forza Italia si riduca a un partito dal 10%, trascinando alla deriva l'intero centrodestra e consegnando il paese al Partito Democratico fino a data da destinarsi. Berlusconi guarda dall'alto la ribellione di tanti suoi ex pupilli, mentre attende con angoscia la sentenza sul Processo Ruby.

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