Jay McInerney e la seconda morte dello yuppismo

Tra il Corriere e Jay McInerney continua il feeling: qualche mese fa, se vi ricordate c'era stata la polemica sui libri che Sarah Palin avrebbe volentieri tolto dalla biblioteca di Wasilla. Oggi invece, dopo una settimana borsistica in cui le maggiori piazze planetarie hanno bruciato in media il 20% del loro valore, l'ex brat pack torna sull'argomento, tracciando un parallelo tra la morte dello yuppismo, dell'edonismo reaganiano, e la bufera finanziaria di queste settimane. Partiamo dal passato:

«Chi sono tutti questi tipi ambiziosi, con le bottigliette d'acqua firmata, scarpette da corsa, parquet anticato e appartamenti da mezzo milione di dollari in quartieri degradati?» chiedeva la rivista Time il 9 gennaio del 1984. «Gli yuppies», ci veniva spiegato, «si dedicano al duplice obiettivo di fare un mucchio di soldi e di raggiungere la perfezione, grazie alla cura del fisico e della mente, con palestra e psicoanalisi»

E' gioco facile citare i capolavori, e magari un'icona di quel periodo: Micheal J. Fox. E poi a voler fare i banali - anche se nelle dida del Corriere c'è un errore: Michael Douglas non interpreta Bud Fox, è Gordon Gekko - proprio Wall Street di Oliver Stone. Ma ci si dimentica delle perle emulazionistiche made in Italy, come "Yuppies" di Vanzina - di cui qui sopra trovate il devastante trailer originale - o "Via Montenapoleone". E la parabola degli anni ottanta, si rispecchia perfettamente nel crollo di queste settimane:

Per quanto il termine richiami alla mente gli anni Ottanta, lo yuppie non è stato ancora consegnato alla storia. Nel 2000, David Brooks ha cercato di raffinare il concetto, creando il «bobo» (bourgeois bohémien) per descrivere un consumatore presumibilmente più illuminato, capace di abbinare agli interessi personali degli anni Ottanta l'idealismo liberale di un'era precedente

Forse è arrivato il momento di intonarne un requiem.

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