Ore 12 - Il tintinnar delle manette e il moralismo di Di Pietro risolvono la "questione morale"?

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L’arresto del sindaco (e del vicesindaco) di Gioia Tauro e del sindaco di Rosarno accusati di concorso esterno in associazione mafiosa non è un fatto locale, un problema che riguarda il sud.

I tentacoli della malavita organizzata sono oramai presenti anche nel centro nord. E queste losche vicende sono solo l’iceberg di una situazione che vede il malaffare infiltrato ovunque nelle istituzioni a tutti i livelli.

Fa bene Antonio Di Pietro a lanciare i suoi allarmi. Ma il “rigorismo” e il “rigidismo” delll’ex Pm e leader dell’Idv, rischiano di scadere nel moralismo.

La “questione morale”, perché di questo si tratta, è in verità la questione della riforma della politica, della riconversione della politica a una attività di servizio, a una attività non per se stessa ma per la democrazia.

Insomma il “limite” di Di Pietro sta nel fatto che l’ex Pm insiste per una moralizzazione e una lotta contro i fenomeni di corruzione della politica rivendicando sic et simpliciter il “governo degli onesti”. La questione del “buongoverno” esiste. Perché il “buongoverno” è oggi un’eccezione.

Ma il problema non è solo la “pulizia”, bensì il rispetto della natura pubblica delle istituzioni pubbliche, la distinzione fra istituzioni e partiti, la natura stessa dei partiti, la loro democrazia interna, la formazione e la selezione dei gruppi dirigenti.

E’ su questo piano che la questione morale oltrepassa l’esigenza della “pulizia” e si pone come una grande questione politica: la principale questione politica. Perché lì avviene la strozzatura della nostra democrazia.

La questione morale sta nella separazione della politica e dei partiti dai valori pubblici, generali, e dalla gente. Non si superano, questi limiti, lanciando un partito dal predellino.

Il “sistema di potere” della seconda Repubblica, pur partendo da giuste esigenze (meno partiti, più decisione ecc.), ha favorito questa impostazione, arrivando alla degenerazione con i partiti del presidente o familiaristici.

Ma non è solo colpa del berlusconismo. Oggi, nessuno e nessun partito si può chiamare fuori dalla “questione morale”. Neppure il partito di Di Pietro. Non basta gridare al “noi siamo puliti”. E non basta il senso della moralità come non corruzione.

Deve prevalere il senso della moralità come visione della politica e dei partiti per il pubblico, per la gente, per la nazione. E’ difficile rinnovare la politica, portando nel proprio partito spesso gli “scarti” degli altri.

Ci vuole, insomma, un recupero pieno delle motivazioni etiche o generali del fare politica. E’ evidente che in Italia c’è un decadimento “privatistico”, “antietico” della vita politica rivelato dai suoi intrecci con l’affarismo, anche con la criminalità, addirittura con poteri che, se proprio non vogliono sovvertire la democrazia, vogliono comunque cambiarla a proprio uso e consumo.

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