Renzi minaccia: “Riforme o urne!”. E l’Italia annaspa nella crisi

Puntuale come un treno svizzero arriva il solito annuncio del solito premier: “O le riforme, o il voto”.

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Il copione è sempre lo stesso e anche Matteo Renzi recita la parte dei suoi predecessori, in particolare quella di Silvio Berlusconi, cui va indubbiamente l’Oscar sull’uso politico della carota e del bastone.

Non cambia anche il metodo, cioè il linguaggio, di fatto brandendo la spada del ricatto. “Si va avanti, io non vado in ferie e ogni giorno di ostruzionismo corrisponde, per me, un punto guadagnato nei sondaggi. Questo Parlamento è a un bivio, o dimostra di essere capace di cambiare facendo le riforme o si condanna da solo e si torna a votare”. Matteo dixit.

Ma di che si parla? Riforme o riformine? Grandi nazionalizzazioni? Nuove scelte “storiche” che mutano nel profondo il Paese e la vita quotidiana degli italiani? O solite manfrine per tenersi stretti tutto il potere e tutte le poltrone? Gli 8000 emendamenti al Senato sono considerati dal premier un sasso sui binari in grado di far deragliare il treno riformatore.

E’ ovvio che sulla riforma del Senato si gioca buona parte della credibilità del disegno politico tracciato da Renzi sulla linea ambigua e anche inquietante del patto del Nazareno con Berlusconi, oggi di nuovo pronto al rilancio. In questa guerra di trincea, il 10 agosto qualcuno uscirà vincitore e qualcuno sconfitto.

Mentre “si gioca” su queste riforme ad uso e consumo del Palazzo, il Paese resta fra l’incudine e il martello di una crisi che non si schioda. Questa situazione condiziona il sistema delle imprese, sia dei settori manifatturieri che del terziario. Il governo agisce con provvedimenti (gli 80 euro sono un pizzico di aspirina dato a un malato terminale) che non hanno prodotto effetti diretti sullo sviluppo, in particolare sul rilancio dei consumi, che è una leva della ripresa del motore economico.

Dice a Radio Articolo1 Franco Martini segretario confederale Cgil: “ La ripresa non arriva e gli ultimi dati congiunturali sono tutti di segno negativo. Se l'Italia non torna a produrre ricchezza attraverso un intervento pubblico e attraverso stimoli all'iniziativa privata, rimarremo prigionieri dell'emergenza. Questo è il tema dominante, su cui però c'è un silenzio tombale”.

Il quadro è allarmante. "Quello che sta accadendo nell'ultimo periodo – prosegue Martini –, da Telecom a Indesit, si configura come una vera e propria dismissione, un'autentica svendita dei punti di eccellenza dell'apparato produttivo nazionale, quando, al contrario, l'ingranaggio fondamentale dell'economia è proprio il mantenimento di una struttura industriale, accompagnata da tutti gli elementi di innovazione necessari. È sbagliato pensare che l'alternativa sia solo il terziario, sia pure qualificato e avanzato, che non può esistere senza una solida base industriale. In tal modo, I benefici che il governo Renzi ritiene di aver ha ottenuto in sede europea in tema di flessibilità vengono spesi continuando a mettere toppe sulla spesa corrente del bilancio. Dopodichè, c'è un target italiano da sostenere. Pensiamo al turismo: l'economia della cultura è una leva fondamentale per il paese, produce 6-7 miliardi di valore aggiunto, ed è complementare, non alternativa, all'industria manifatturiera. Ma perchè tale enorme giacimento, che nessun altro paese al mondo possiede, non viene sfruttato a dovere? Perchè il governo non fa scelte nette in quel campo? Con il nostro Piano del lavoro abbiamo indicato diverse direzioni di marcia da seguire, che dovrebbero tradursi in atti concreti. Su questo terreno, invitiamo il governo a declamare meno e costruire di più".

Ma premier ed esecutivo hanno altro da fare. Pure Berlusconi&C.

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