Israele e Palestina: le origini del conflitto mediorientale

Il sionismo, il ruolo della Gran Bretagna, la seconda guerra Mondiale. Come nasce il conflitto mediorientale?

Quanto sta avvenendo in questi giorni nella Striscia di Gaza riporta al centro dell'agenda mediatica le origini del conflitto mediorientale, tra Israele e Palestina; come ciclicamente avviene ogni volta che ai razzi di Hamas, Tel Aviv risponde con le sue operazioni di terra o con l'aviazione, seminando centinaia di morti. Una situazione che sembra non procedere mai di un centimetro, sicuramente non in seguito al clamoroso fallimento di Camp David del 2000, quando Arafat e Barak sembravano a un passo da un accordo che avrebbe dato immenso lustro alla presidenza di Bill Clinton.

Niente da fare, nemmeno in quella occasione si riuscì ad arrivare a un vero e proprio accordo di pace, duraturo, che proiettasse Israele e Palestina verso la soluzione dei due stati che, almeno a parole, tutti quanti inseguono (e di mezzo, c'è sempre la questione della città santa di Gerusalemme, che nessuno accetta possa diventare parte di uno stato che non sia il suo). Chiunque sia stato il vero responsabile del fallimento di Camp David (come sempre su questo tema, gli esperti sono divisi), quello che è certo è che dal 2000 a oggi non è stato fatto nessun serio passo avanti. Se si esclude il ritiro israeliano da Gaza voluto da Ariel Sharon nel 2005, che doveva rappresentare un importante segno della volontà di Tel Aviv di raggiungere la pace ma che, come oggi è evidente, non ha assolutamente raggiunto gli obiettivi sperati.

Ma per quale ragione la situazione si è impantanata a tal punto? Perché Israele e Palestina non riescono a trovare un accordo per la spartizione del territorio? Per provare a capire qualcosa di una delle situazioni più complesse della storia contemporanea (se non la più complessa) bisogna tornare indietro, al 1800. Nel XIX secolo la Palestina (che allora comprendeva l'intero territorio di Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza) era una società prevalentemente musulmana (86%), ma anche cristiana (10%) ed ebrea (4%). A complicare un quadro di convivenza pacifica, interviene però il movimento sionista fondato da Theodor Herzl.

Nel 1897 si tiene il primo convegno mondiale sionista a Basilea e negli stessi anni inizia l'immigrazione verso le terre palestinesi. L'obiettivo, è quello di ridare uno stato alla popolazione ebraica. Finché i numeri dell'immigrazione restano contenuti, la popolazione araba decide di non reagire, le cose cambiano quando i sionisti iniziano l'acquisto di terre, che vengono occupate e che non possono più essere acquistate dalla popolazione araba. Nei primi dieci anni del 1900 nascono i primi movimenti nazionalisti arabo-palestinesi con l'obiettivo di respingere quella che ormai sta prendendo le forme di un'invasione.

La situazione si mantiene così per qualche tempo, fino alla fine della prima guerra mondiale, quando avviene qualcosa che cambia gli equilibri geopolitici: cade l'impero ottomano, il cui dominio sulla Palestina era durato per quattro secoli. La Società delle nazioni dà mandato alla Gran Bretagna di amministrare i territori palestinesi. È in questa fase che la situazione si complica ulteriormente: qual è stato davvero il ruolo della Gran Bretagna? Lo scopo doveva essere quello di aiutare la popolazione locale a formare le proprie istituzioni, ma già nel 1917 il ministro degli Esteri parla della possibilità di fondare da una "focolare nazionale" che possa ospitare gli ebrei dispersi nel mondo, senza che questo pregiudichi i diritti delle comunità non ebraiche in Palestina.

Non si parla esplicitamente di creare uno stato nei territori palestinesi, ma l'immigrazione sionista continua ad aumentare: negli anni '20 gli ebrei sono ormai il 10% (84mila) del totale e anche in questo decennio e in quello successivo si registrano numerosi scontri: alla fine degli anni '30 gli ebrei sono 360mila. Il tutto mentre il Territorio Palestinese è sempre sotto la guida britannica. La situazione non fa che complicarsi con il passare del tempo, con scontri sempre più accesi tra i gruppi paramilitari dell'una o dell'altra fazione (il punto critico si raggiunse con i moti palestinesi del 1929, quando alcune centinaia di sionisti marciarono sul Muro del pianto rivendicando il controllo di Gerusalemme, e scatenando così la risposta da parte araba).

Nel 1937 arriva la prima proposta di dividere la Palestina in due, ebrei al nord e arabi al sud; ma sono proprio i palestinesi a rifiutare. Subito dopo, riesplode la rivolta. Nel 1939, però, gli inglesi cambiano atteggiamento: nel loro libro bianco provano a porre un freno all'immigrazione, ponendo ancora cinque anni di tempi per gli ebrei che volessero raggiungere la Palestina e in un massimo di 75mila. Sono però, ovviamente, gli anni di Hitler: gli ebrei ignorano il libro bianco e grazie all'appoggio degli Stati Uniti raggiungono in massa la futura Israele. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli ebrei sono il 30% del totale della popolazione.

Nel 1947 l'Onu propone di dividere i territori in due parti, il 55% per lo stato ebraico il resto per i palestinesi. Il giorno dopo il voto favorevole alla proposta, la guerriglia araba riprende, concentrandosi sugli insediamenti dei coloni e dando il via a scontri di una violenza senza precedenti. Nel 1948 la Gran Bretagna si ritira dal proprio mandato, lasciando il paese in balia del caos e dei gruppi paramilitari. Tra il 14 e il 15 maggio 1948, contemporaneamente al ritiro degli ultimi soldati britannici, David Ben Gurion, capo del governo ombra sionista, proclama l'indipendenza dello "Stato ebraico in terra di Israele", affermando nella dichiarazione di indipendenza di "lanciare un appello agli abitanti arabi dello Stato di Israele volto a preservare la pace e a partecipare alla costruzione dello Stato sulla base di piena e indistinta cittadinanza e legale rappresentanza in tutte le istanze, temporanee e permanenti. Lo Stato di Israele è pronto a fare la propria parte in uno sforzo comune per il progresso dell'intero Medio Oriente". La spartizione nei due stati prevista dall'Onu non avrà mai luogo: inizia quella che diventerà la prima guerra arabo-israeliana, tra il '48 e il '49. Israele conquista i territori con la sola eccezione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Da lì in avanti, la storia è ancora lunga. Ma nella maniera più sintetica è semplice possibile, queste sono le origini del conflitto mediorientale.

Per approfondire senza passare dai manuali di storia, consigliamo due letture avvincenti ma non superficiali:

Dominique Lapierre, Larry Collins, Gerusalemme, Gerusalemme!, Mondadori

Nel maggio del '48, mentre gli ebrei scendevano nelle strade per festeggiare la nascita di Israele, gli arabi avevano già iniziato a tirare fuori le armi, preparandosi alla lotta. Ancora una volta Gerusalemme stava per diventare un campo di battaglia. Solo al termine di una guerra sanguinosa e spietata gli israeliani avrebbero finalmente avuto una patria e una capitale. Questo romanzo racconta gli uomini, i fatti, i drammi di quella tragica stagione terminata con la nascita del nuovo stato.

Joe Sacco, Palestina, Mondadori (graphic novel).

Tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 Joe Sacco ha trascorso due mesi in Israele e nei Territori Occupati, viaggiando e prendendo appunti. Ha vissuto nei campi palestinesi, condividendone la vita (o meglio, la loro sopravvivenza) in mezzo al fango, in baracche di lamiera arrugginita, tra coprifuoco e retate dell'esercito israeliano. Risultato del suo meticoloso lavoro d'inchiesta è questo volume che, combinando la tecnica del reportage di prima mano con quella della narrazione a fumetti, riesce a dare espressione a una realtà tanto complessa e coinvolgente come quella del Medio Oriente.

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