Matteo Renzi, l'Africa e l'Europa: dove sta la dignità e dove l'opportunità?

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi guarda all'Africa con attenzione: dai bambini congolesi alla visita in Angola, dai migranti al caso della sudanese Meriam, dove sta la "dignità dell'Europa" nella propaganda renziana?

Sembra proprio che il continente africano, laddove ebbe inizio la storia dell'umanità, abbia un'ascendenza particolare su Matteo Renzi, che sull'Africa spende una buona fetta di immagine sua e del governo che presiede.

L'attenzione renziana per l'Africa si vede bene fuori dai confini nazionali, oscurando la schiavitù dei migranti irregolari che raccolgono pomodori a Castelvolturno, fatto recentemente tornato agli onori delle cronache nazionali.

Ricordiamo tutti il commovente caso dei bimbi congolesi, andati a prendere con aereo di Stato e ministri sorridenti: fu quella la prima occasione nella quale la compagine governativa renziana si mostrò attenta, accorata, alle sorti dell'Africa e dei suoi abitanti. Come ricordiamo certamente tutti la "foto simbolo" di quella giornata (una sorta di "festeggiamento" mediatico del risultato storico alle elezioni europee da parte del PD): un sorridente ministro Boschi che si faceva intrecciare i capelli dal bimbetto congolese.

Poi ci sono gli innumerevoli discorsi, fatti in campagna elettorale per le europee e poi davanti a tutto il Parlamento Europeo, sui migranti: parole strazianti, quelle di Matteo Renzi, parole di dolore e speranza che, anche in questo caso, mostrano un'attenzione particolare del nostro Primo Ministro verso l'Africa, nel caso specifico la Libia "da dove parte il 90% delle carrette del mare". Un tema che divide l'opinione pubblica ma che Renzi ha saputo abilmente inquadrare in una chiave certamente popolare (non possiamo farcene carico unicamente noi italiani) ma contemporaneamente perfettamente buonista (il dolore contrito per le vittime del mare e degli scafisti).

Oggi il lato umanitario del "governo dei buoni" mostra ottime public relations: l'arrivo a Ciampino di Meriam Yahia Ibrahim Ishag (in Italia si chiama semplicemente #meriam, come fosse un hashtag) dal Sudan, dove era stata condannata a morte per motivi religiosi, e l'incontro della donna addirittura con Papa Francesco, un capolavoro per il primo premier di sinistra che non manca mai una domenica a messa.

Ma il colpaccio diplomatico in terra d'Africa è la recente visita di Matteo Renzi in Mozambico, Congo-Brazzaville ed Angola: la consacrazione dello statismo renziano 2.0, uno statismo che dialoga con le dittature (ma su questo Renzi aveva già mostrato spirito d'iniziativa quando incontrò Nursultan Nazarbayev, Presidente del Kazakhstan, a meno di un anno dal caso Shalabayeva) ma tutela l'iniziativa privata in Africa.

renzimaputo

D'altra parte l'Italia in Africa di affari ne fa a bizzeffe (dall'Eni alle ong passando dalle cooperative), ma da qui a dire che il governo tutela l'iniziativa privata nel continente ce ne passa: da mesi infatti su Crimeblog mi sto personalmente occupando del drammatico caso di Roberto Berardi, un imprenditore edile di Latina che da oltre 20 mesi è sequestrato, dopo un processo sommario per furto ed appropriazione indebita nel quale è stato condannato, in una putrida cella del carcere di Bata, in Guinea Equatoriale.

Il caso di Berardi, che passa nel totale silenzio mediatico perchè (mi dicono molti amici di altre redazioni) "alla fine se l'è cercata", è reso ancor più drammatico dalle promesse di scarcerazione fatte più volte dal regime di Teodoro Obiang (personalmente ad Antonio Tajani quando era commissario europeo, altrettanto personalmente a Josè Manuel Barroso, a Papa Francesco in persona, al senatore PD Luigi Manconi, alla famiglia Berardi), dalle condizioni di detenzione illegali e che nel consesso internazionale si definiscono come "tortura" (non in Italia, dove ancora il reato non esiste e dove molti detenuti vivono proprio in condizioni di tortura), dallo stato di salute estremamente precario dell'imprenditore detenuto, al quale vengono spesso negate le medicine e per il cui recente ricovero si è dovuta fare una piccola battaglia grazie anche all'interessamento della Croce Rossa.

Nulla togliendo al lavoro dell'Unità di Crisi della Farnesina, da parte del governo la nomina dell'ambasciatore in Camerun (attesa per mesi, decisa solo il 14 luglio scorso con la scelta di Samuela Isopi, che prima era a Mosca e ancor prima a Kabul) influisce non poco, ha spiegato il portavoce di Amnesty Italia al magazine online Vita, nella risoluzione del caso Berardi. E stride con "l'attenzione" renziana verso l'Africa.

Aveva ragione Matteo Renzi quando, al Parlamento Europeo il 2 luglio scorso, disse:

"Se non c'è una reazione europea (parlava della Nigeria e di Boko Haram, nda) non possiamo sentirci degni di chiamarci Europa."

Allo stesso modo però Renzi non può tenere il piede in due scarpe di coccodrillo. L'appello al governo lanciato dalla moglie di Roberto Berardi, Rossella Palumbo, e dal senatore del PD Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, rimane per il momento inascoltato e Roberto Berardi resta detenuto nelle mani di un regime africano sanguinario che teme, mi scrive in una mail Lisa Misol di Human Rights Watch, possano essere rivelate le sue relazioni inconfessabili con aziende e governi stranieri.

Eppure l'Italia, da terzo importatore di petrolio e gas proprio dalla Guinea Equatoriale (che galleggia letteralmente su un mare di petrolio, attirando gli interessi delle medesime multinazionali che lavorano nel Delta del Niger), ha il dovere morale ed economico di fare di più per Roberto Berardi, il quale indipendentemente dalla verità o meno delle accuse a lui mosse (e qui lo scrivo chiaramente: Roberto Berardi è anche innocente) merita un trattamento umano e dignitoso, nel rispetto dei diritti umani che tuttavia (per sua sventura) anche l'Italia non riesce a rispettare. Un tema affrontato anche dal senatore del PD Luigi Manconi in un recente articolo comparso su l'Unità.

Il rischio concreto è che sull'Africa si torni ad una politica estera di cliché e buonismo stucchevole, cose che nulla hanno a che fare con la "dignità" dell'Europa, che invece dovrebbe prevedere anche la capacità politica e diplomatica di sbattere i pugni sul tavolo, se serve. Una capacità che, se non costruita con basi diplomatiche solide, mai verrà riconosciuta da qualcuno. Regimi africani in primis.

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