Pd, Renzi punta sul "Ghe pensi mi", D'Alema sul partito delle "unanimità fittizie". Quando nel Pci Amendola e Ingrao ...

Le primarie del Pd, lo ripetiamo, portate avanti così come sono iniziate, scuoteranno il partito nel profondo con conseguenze in tutto il quadro politico italiano. Il braccio di ferro fra Renzi e D’Alema va ben al di là della questione personale, che pure esiste. Il velleitarismo “bischero” del sindaco di Firenze – uomo d’apparato eletto grazie all’apparato nelle sue tappe istituzionali – si scontra con le provocanti “minacce” del lider Maximo, sono due facce della stessa medaglia: la crisi dei partiti, il modo di come si può rinnovare un partito – quindi la politica e quindi le istituzioni – cos’è oggi un partito, la sua democrazia interna, la formazione dei suoi gruppi dirigenti.

D’Alema ai suoi fa capire che se vince Renzi, si abbandona il Pd e si fa subito un partito nuovo. E’ questo oramai un vezzo della politica Made in Italy, la minaccia di chi perde che se ne va da casa armi e bagagli. In questa diatriba emerge anche un’altra questione: come si discute e come si sta dentro lo stesso partito. Ben altre discussioni, con ben altri personaggi, si sono avute nella sinistra (ma anche nella Dc), ad esempio nel Pci fra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao, cioè fra la destra e la sinistra del partito comunista più forte d’occidente.

Intanto, qual è nelle diatribe il ruolo del segretario? Non quello di super partes alla Bersani, ma quello di chi opera uno sforzo di composizione politica delle divergenze politiche, dicendo la sua, non lavandosene le mani alla Ponzio Pilato e dicendola subito, perché il tempo è anch’esso un fattore importante della lotta politica. Togliatti e Longo (ma anche De Gasperi e Moro) raggiungevano l’obiettivo dello sviluppo di una reale democrazia interna, nella difesa dell’unità del partito. Ma l’unità del partito (del Pd) è ancora oggi un valore?

Ingrao – che aveva tante ragioni dalla sua – fu attaccato in un drammatico Cc del Pci da Amendola perché: “Non è lecito a nessuno porsi come portabandiera della democrazia e del rinnovamento del partito”. Tuonò allora Amendola: “Il problema della democrazia nel partito non è questione soltanto di statuto. E’ qualcosa di più: è un costume, è una costruzione faticosa e continua di norme, di metodi, di convivenze interne, è preparazione politica e morale, è senso di responsabilità, è la necessità della modestia quando si commettono errori”.

Oggi, anche nel Pd, il dissenso e lo scontro vengono “spettacolarizzati”, usando parole come “rottamazione” e prendendo di mira il "nemico" come D’Alema, per fare clamore sulle proprie posizioni e avere i riflettori su se stessi. Così facendo si finisce col personalizzare le posizioni e inevitabilmente col cristallizzarle, spaccando il partito, chiamando in campo le tifoserie, amici e nemici. E i problemi del Paese? Chissenefrega! Tanto se perdo dentro questo partito, me ne invento un altro. Così fin tutti.

Renzi sbaglia nel volere un partito a uso e consumo del nuovo mini “Ghe pensi mi”, ma D’Alema non può vivere in una zattera di nostalgici rancorosi depositari della linea pensando al partito delle “unanimità fittizie” del tempo che fu.

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