Caso Shalabayeva, la Cassazione: "Espulsione illegittima"

Secondo la Cassazione nel rimpatrio di Alma Shalabayeva si è ignorato il diritto di asilo

Un rimpatrio che non sarebbe mai dovuto esserci, un'espulsione illegittima, la totale cecità di fronte al diritto di asilo: è questa, in soldoni, la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov sequestrata e rimpatriata con la figlia Alua grazie a un decreto del giudice di pace di Roma.

La donna dunque non doveva essere espulsa dall’Italia e il provvedimento di rimpatrio è stato viziato da "manifesta illegittimità originaria", così come illegittimo è stato il trattenimento di Alma Shalabayeva nel Cie di Ponte Galeria a Roma: una vicenda delle più torbide per lo stato di diritto in Italia, piegatosi agli interessi di un regime, quello kazako, dietro indebite pressioni dell'ambasciatore di Astana a Roma.

Per quella vicenda saltò la testa del capo di gabinetto del Viminale Giuseppe Procaccini, ma il ministro Angelino Alfano restò ben saldo al suo posto: come ci resta oggi, nonostante il Ministero dell'Interno sia stato condannato dalla Cassazione a pagare le spese processuali alla donna kazaka. Tornano così le richieste (anche giuste per certi versi) di dimissioni da parte del M5s e di Sel, ma sembra che Alfano sia un totem intoccabile nella compagine governativa.

A dicembre Alma Shalabayeva è tornata in Italia con la figlioletta Alua di sei anni, mentre nell'aprile scorso ha ottenuto per entrambe l’asilo politico valido cinque anni; il marito Mukhtar Ablyazov, oligarca dissidente alla dittatura kazaka, si trova invece in carcere in Francia, ma la Cassazione transalpina ha negato l'estradizione in Kazakhstan, come richiesto invece dalle autorità di Astana.

La sentenza della Cassazione

ITALY-KAZAKHSTAN-DIPLOMACY-CRIME-TRIAL

Il primo atto illecito, scrive la Cassazione, fu proprio il blitz nella villetta di Casalpalocco, a Roma, dove vivevano madre e figlia: per gli ermellini c’è stata troppa fretta da parte delle autorità italiane:

"La contrazione dei tempi del rimpatrio e lo stato di detenzione e sostanziale isolamento della donna, dall’irruzione alla partenza, hanno determinato un irreparabile vulnus al diritto di richiedere asilo e di esercitare adeguatamente il diritto di difesa."

Alla donna, spiegano, non è stato nemmeno tradotto il contenuto delle domande che gli venivano poste dalla Polizia, che sapeva fosse la moglie di un dissidente estero ricercato da un regime. La donna, che esibì due passaporti, aveva inoltre un passaporto diplomatico della Repubblica Centroafricana ritenuto valido dalla Cassazione, così come validi erano i visti rilasciati dal Regno Unito e dalla Lettonia.

Il successivo trattenimento al Cie di Ponte Galeria, in virtù proprio di questo vulnus iniziale evidenziato dalla Cassazione, e l'espatrio sarebbero dunque atti viziati in origine e dunque illegittimi. Un pasticcio sul quale tuttavia Viminale, Farnesina e magistratura non mostrano, inspiegabilmente, alcun segnale di imbarazzo e sul quale il ministro Alfano non si è neppure pronunciato (nonostante sia sua consuetudine convocare la stampa al ministero per proclami sensazionalistici).

I legali della donna hanno già annunciato la richiesta di risarcimento per i danni morali e materiali patiti dalla moglie di Ablyazov per l’ingiusto trattamento subito un anno fa.

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