Turchia, presidenziali: i sondaggi danno Erdogan vincitore al primo turno

Lunedì presenta il pacchetto di democratizzazione
Domani (10 agosto) la Turchia si recherà alle urne per scegliere il presidente della Repubblica. Per la prima volta nella sua storia, il paese farà ricorso all'elezione diretta (in precedenza il presidente veniva nominato dal Parlamento). Il favorito è sempre lui: Recep Tayyip Erdogan, leader del partito islamico Akp e primo ministro in carica da 11 anni. I maggiori istituti di sondaggistica lo danno ampiamente in testa sui suoi avversari e pare che possa chiudere la partita senza andare al ballottaggio Ed è proprio questo il dato che desta maggiormente l'attenzione degli osservatori. Se il premier riuscisse a superare il 50% dei consensi al primo turno, a quel punto il suo progetto di revisione costituzionale in senso presidenzialista potrebbe andare avanti senza grandi difficoltà.

Le ultime rilevazioni statistiche danno Erdogan tra il 55% e il 57%, mentre il suo principale avversario, Ekmleddin Ihsanoglu, avrebbe un consenso vicino al 34%. Quest'ultimo è appoggiato da una decina di formazioni politiche, tra le quali ricordiamo il Partito popolare repubblicano (Chp) e il Partito del movimento nazionalista (Mhp). Viene dal mondo accademico, è un laico e un moderato. In campagna elettorale si è presentato come il "presidente di tutti", ma dalla sua non ha il carisma del suo rivale. Inoltre, Erdogan può contare su un forte sostegno dei mezzi di informazione che il suo sfidante non ha.

Il terzo contendente alla presidenza è Selahattin Demirtaş, 41 anni e leader del Partito democratico. E' un Avvocato di origini curde e punta soprattutto sul voto delle minoranze. Può togliere dei voti ad Erdogan tra gli elettori curdi, ma è molto staccato dagli altri candidati: è stimato appena al 9%.

Gli scandali sulla corruzione, l'accentuazione dell'autoritarismo, le leggi che hanno ridimensionato la laicità del paese non hanno intaccato la fiducia del popolo turco nel suo primo ministro. Per i turchi rimane l'autore di un miracolo economico, anche se negli ultimi anni la crescita ha subito un rallentamento.

A giocare a favore di Erdogan è anche il fatto che in questo momento non c'è un'opposizione forte. Le rivolte di Gezi Park, che hanno mostrato quanto poco conti il rispetto dei diritti civili in Turchia, non si sono tradotte in un movimento politico capace di offrire un'alternativa. I partiti in parlamento, invece, appaiono divisi e incapaci di erodere realmente consenso.

Nonostante i suoi atteggiamenti poco in linea con le democrazie occidentali (la chiusura temporanea di Twitter, l'insofferenza verso la stampa, la reintroduzione del velo negli uffici pubblici) e gli accordi economici con Russia e Cina, Erdogan non potrà permettersi di prendere troppo le distanze dagli Usa. Ciò essenzialmente per due motivazioni.

Innanzitutto per ragioni economiche. La Turchia non ha ancora la forza di agire autonomamente: troppi gli interessi che la legano all'Europa e agli Stati Uniti. In secondo luogo, ci sono motivazioni di carattere strategico. Washington in questo momento rimane una garanzia contro l'Isis, e l'intervento militare deciso da Obama ne è una conferma. A tale proposito ricordiamo che i jihadisti, che si sono presi il nord dell'Iraq, minacciano la restaurazione del Califfato ottomano. Ankara non può assolutamente sottovalutare i suoi nuovi vicini, tanto più che tra le loro milizie hanno un 10% di turchi e che una certa simpatia per l'Isis serpeggia fra le frange più integraliste del paese.

Inoltre, per Erdogan, tenere in piedi un rapporto solido con gli Usa vuol dire anche garantire gli interessi turchi in Medio Oriente. Anche se Ankara conta sempre meno nell'area mediorientale, lasciare che gli Stati Uniti abbiano relazioni solo con l'Iran potrebbe rivelarsi poco conveniente.

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