Paolo Romani: «Questa riforma porta due firme: Renzi e Berlusconi»

Il Presidente del Gruppo Forza Italia-Pdl lo dichiara al Senato. Nessuno smentisce o corregge il tiro. La storia chiederà conto e ragione a chi faceva l'indignato dei post-it e poi ha avallato una pastella viscida e melmosa di accordi per un tentativo di riforma costituzionale senza fondamenta

Il bacio fra Maria Elena Boschi e Paolo Romani non è un caso, ma è frutto, come dice il Ministro nella sua intervista celebrativa pubblicata dal CorSera di oggi, di

«un accordo su un serio lavoro di riforme alle quali Forza Italia ha contribuito».

Naturalmente, nell'intervista non si accenna nemmeno per sbaglio al fatto che la strada per le riforme costituzionali sia ancora lunga: si dà per assodato che il Senato non ci sarà più così come è stato pensato e che anche tutto il resto andrà in porto (tutto il resto cosa, poi? Visto che la Camera, a settembre, potrà emendare e modificare tutti gli articoli del ddl 1429, non si sa).

D'altro canto, il viaggio di questa riforma nel mare nostrum della politica è scortato da due corazzate mica da ridere. Due, sì. Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

E' non è solo l'ennesima rilettura del patto del Nazareno, né una teoria complottista dell'ultim'ora. E', semplicemente, quello che ha dichiarato, come un capitano di ventura, con sprezzo del pericolo e protetto dalle batterie difensive fatte di silenzio del Pd, Paolo Romani nella sua dichiarazione di voto (che si può leggere nella trascrizione stenografica della seduta del Senato dell'8 agosto, proprio come le parole di Elena Cattaneo e di tutti coloro che hanno inteso dire qualcosa in aula a Palazzo Madama prima dell'approvazione in prima lettura del ddl).

Paolo Romani, già Ministro allo sviluppo economico del governo Berlusconi IV (dal 4 ottobre 2010 al 16 novembre 2011), attualmente Presidente del Gruppo Forza Italia-Pdl, durante la sua dichiarazione di voto a favore delle riforme del Governo Renzi – il tutto mentre, dice la Boschi, Forza Italia resta saldamente all'opposizione – ha detto chiaramente:

«Questa riforma porta due firme, quella di Matteo Renzi e quella di Silvio Berlusconi».

La frase, ricorda asetticamente la trascrizione stenografica, viene seguita da

(Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

Il dettaglio fa sorridere, visto il silenzio-assenso del resto dell'emiciclo. Romani prosegue:

«Senza la capacità di dialogo, di condiviso senso delle istituzioni, di legittimazione reciproca tra i leader della maggioranza e dell'opposizione non sarebbe stato possibile arrivare qui oggi».

E poi conclude:

«Stiamo scrivendo una pagina storica della vita della Repubblica non tanto per il merito della riforma, che pure è importante, quanto per il metodo attraverso il quale si è arrivati a scriverla. Stiamo indicando una strada attraverso cui riusciremo davvero a rendere la democrazia italiana più matura, più efficiente, più europea. Noi di Forza Italia ci saremo; Silvio Berlusconi ci sarà».

Ora. Il nuovo corso del Pd potrà anche far finta di continuare a sostenere la favoletta di Forza Italia saldamente all'opposizione mentre lavora col governo alle riforme.
Il nuovo corso del Pd potrà anche far finta che non sia mai successo niente, con Silvio Berlusconi, prima d'oggi.

Quello che mi chiedo da osservatore, da cittadino, da giornalista, è dove sia finito il popolo dei post-it, i "no-bavaglio", i girotondi. Mi chiedo dove siano le signore femministe di Se non ora quando: cosa c'è di diverso, oggi? Berlusconi non è più colui che degrada il corpo femminile?

Repubblica.it del 10 agosto 2014

E dove si sono arenati i titoli indignati di Repubblica. Il digitale di De Benedetti, oggi, per esempio, riporta le parole del caro-leader, in maniera persino strumentale, oltre che acritica. Perché Renzi ha detto dei 108mila posti di lavoro in 2 mesi, ma è Repubblica a legarli alle riforme nel titolo. Con quale logica, se non propagandistica, sfugge alle menti critiche)?

Possibile davvero che quel 40% di italiani che ha votato Pd sia così banderuola? Possibile che il dissenso a Berlusconi fosse relegato solamente a chi è confluito nel M5S e a chi ha continuato a votare Sel? I numeri suggerirebbero il contrario, ma il contesto lascia francamente interdetti.

Se è così, è evidente che il Pd sia quel che sostengo da tempo: un nuovo centro (con una forte corrente destrorsa), definitivamente slegato dalle sue origini.

Del resto, il capolavoro del trasformismo lo compie il senatore Zanda che prende la parola subito dopo Romani. Dice forse, Zanda, Pd, solo l'estate scorsa scatenato contro Berlusconi, qualcosa per prendere le distanze, correggere, almeno puntualizzare, ecco, il discorso di Romani? No. Si scaglia, piuttosto, contro coloro che hanno preso le distanze dalla riforma uscendo dall'aula:

«Signor Presidente, mi dispiace veramente molto che dei senatori siano usciti dall'Aula. Mi dispiace, perché quando non si è d'accordo e si esce dall'Aula, questo non corrisponde alla mia idea di Parlamento».

Qual è l'idea di Parlamento di Zanda? Quale quella di Matteo Renzi, di Maria Elena Boschi? Qual è l'idea di parlamento del Pd? Sobillare le folle per poi arrogarsi il diritto – mai su mandato degli elettori, sia ben chiaro – di far le riforme a braccetto con l'oggetto di ventennali battaglie?

Evidentemente sì.

«Questa riforma porta due firme, quella di Matteo Renzi e quella di Silvio Berlusconi».

Lo ha detto Romani. Il quale, sempre a proposito di coerenza, fino a un mese fa diceva a Renzi che il Senato sarebbe stato il suo Vietnam. Il Presidente del Consiglio ribadiva, dall'alto della sicumera di chi ha già messo in tasca l'accordo:

«Credo che abbia visto troppi film, glie lo dico con amicizia. A mio giudizio, in Senato, dipende se ha voglia di rimanere all'impegno che ha preso Berlusconi. Se Romani rimane all'impegno che ha preso Berlusconi, non sarà un Vietnam. Se Romani non rispetta l'accordo di Berlusconi, è un problema che riguarda Romani e Berlusconi. Io ho convinzione che il senatore Romani sarà nelle condizioni di affrontare questo tema con grande tranquillità».

Detto, fatto.

La storia, prima o poi, chiederà conto e ragione di quel che è stato detto e fatto, non solo l'8 agosto ma negli ultimi 20 anni, da parte di tutti i politici – e di tutti i giornalisti – italiani che si sono resi complici prima di un dualismo berlusconiani vs. antiberlusconiani che ha reso le masse ancor più incapaci di intendere e volere dell'analfabetismo strutturale; poi di avallare una pastella viscida e melmosa di accordi fotografati in baci e abbracci che preludono a un tentativo di riforma costituzionale senza fondamenta (mentre l'unico dissenso di massa è ormai relegato agli stessi toni che si usano per i complotti delle scie chimiche).

Accadrà: anche se per il momento il mare nostrum sembra liscio come l'olio, prima o poi la storia interromperà la finta bonaccia e predenderà che si faccia chiarezza. Nel frattempo, gli italiani continuano ad arrancare in acque agitate.

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