Togliatti, 50 anni dopo: il “Migliore” o un dittatore mancato?

Cinquant’anni fa moriva a Yalta Palmiro Togliatti, il capo indiscusso dei comunisti italiani, uno dei più prestigiosi dirigenti del comunismo mondiale, rispettato e temuto persino da Stalin.

Togliatti_comizio

Qui facciamo cenno a un fatto storico, illuminante per capire chi fu Togliatti. Ci riferiamo al XX congresso del Pcus nel 1956, con la demolizione di Stalin da parte di Cruscev e l’avvio contraddittorio del nuovo corso del comunismo nel mondo. Dopo quel congresso nelle segrete stanze del Cremlino, al ritorno in Italia, il 7 marzo 1956 Togliatti risponde in modo sprezzante alle domande dei giornalisti che premono per saperne di più “Gli sciocchi e i venduti latrano e continueranno a latrare, ma di essi la storia non terrà conto”.

Il leader del Pci, sotto il peso di pressioni interne e di attacchi sempre più precisi e pesanti dei partiti avversari, si chiude nella sua ostinata reticenza. Ma un vento impetuoso scuote il Pci, colto da un malessere e un disorientamento senza precedenti. Vacilla l’alleanza con i socialisti. Influenti esponenti della cultura di area comunista partono all’attacco. Carlo Cassola critica aspramente Togliatti in una lettera al Contemporaneo di Antonello Trombadori per il suo appiattimento verso l’Urss e l’adorazione verso il comunismo sovietico. Drammatico Pier Paolo Pisolini che in “Una polemica in versi”, uno dei poemetti che compongono “Le ceneri di Gramsci” rivolge un duro attacco al Pci e al suo crescente burocratismo: “L’ora è confusa, e noi come perduti/la viviamo… Hai voluto che la tua vita fosse/una lotta ed eccola ora sui binari/morti, ecco cascare le rosse/bandiere, senza vento”.

Il 14 marzo inizia a Roma, al Comitato centrale del Pci, la discussione sui lavori del XX Congresso. C’è tensione e agitazione perché tutti i dirigenti del partito avevano appreso le terribili rivelazioni di Chruscev solo per vie traverse. Il rapporto di Togliatti evita i nodi di fondo, minimizza la portata delle confessioni di Chruscev, deludendo tutti. Dopo qualche accenno critico di Amendola, Pajetta e Ingrao è Umberto Terracini ad attaccare violentemente non solo gli errori ma i crimini di Stalin. Ma il padre della Costituente non si ferma e ricorda le fucilazioni ordinate dal dittatore contro quasi tutti i membri del Comitato centrale del partito comunista polacco affermando nello stupore generale: “dovrebbe saperne qualcosa anche il compagno Togliatti” per concludere di fronte al segretario visibilmente irritato “bisogna risalire alle cause per correggere gli errori e non ritenere che la morte di Stalin tronchi anche il metodo dannoso da lui messo in atto”.

Ma Togliatti continua a menare il can per l’aia, prende tempo, si chiude a riccio chiamando a raccolta tutto il partito contro i nemici interni ed esterni. La base comunista comincia a parlare di Chruscev come di un traditore e bolla come invenzioni le notizia della stampa. Il capo dei comunisti italiani definisce i gazzettieri borghesi “scimmie urlanti” che scrivono solo “calunnie, volgarità, menzogne”. Qualche giorno dopo in una intervista alla rivista di Moravia Nuovi argomenti Togliatti tenta di risalire alle origini delle deviazioni che secondo lui non avevano alcuna parentela col marxismo e col socialismo ma, di fatto, mette per la prima volta sotto accusa il sistema anche se esclusivamente come metodo. Ai vertici del Pci la bufera non si placa e molti chiedono l’analisi sulle cause politico-ideologiche delle degenerazioni del sistema. L’attacco mirava direttamente a Togliatti, ai suoi rapporti con Stalin e ai suoi metodi di direzione del Pci ritenuti autoritari. Ma nei fatti non cambia niente fino ad ottobre con la nuova, violentissima bufera della rivolta sanguinosa d’Ungheria e dei carri armati russi a Budapest, con nuove fratture ma con Togliatti schierati in toto dalla parte dei carri armati sovietici ecc.

Togliatti ha sempre tentato di attribuire tutte le degenerazioni e i limiti del comunismo a un sol uomo o a gruppi di dirigenti nel tentativo di salvare il partito, l’ideologia e l’idea comunista, ritenuti sempre infallibili. Per decenni e ancora oggi c’è chi ha creduto e crede che l’”errore” non fosse del sistema in quanto tale ma degli uomini che l’avevano attuato, sbagliando nel metodo.

30 anni dopo il XX congresso, Berlinguer, all’indomani del colpo di stato di Jaruzelski, dichiarò esaurita la spinta propulsiva dell’Urss. Era un altro passo avanti del comunismo italiano nel prendere atto della crisi del “socialismo reale” ma anche l’ennesima duttilità e capacità gattopardesca del Pci di inventare sempre nuove formule e nuove strade pur di sopravvivere senza però mai cancellare le proprie radici.

Di fronte alle tragedie storiche del comunismo, pur valutando positivamente i tentativi di revisione dei comunisti – di cui Togliatti riveste un ruolo principale - e dei post comunisti italiani, tuttavia bisogna riconoscere che né il Pci né il Pds-Ds e né gli altri spezzoni sorti dalle ceneri di quel partito, hanno mai pagato dazio. La storia dirà se è giusto così. Il fallimento storico, ideologico e politico dell’ideologia comunista è sotto gli occhi di tutti. Ma altrettanto evidente è anche la crisi di identità del post comunismo made in Italy. E’ quella crisi che principalmente limita e blocca ancora oggi il superamento della crisi politica italiana.

Togliatti, intellettuale sopraffino, fu nel 1921 tra i fondatori del Pcdi su posizioni bordighiste anche quando Gramsci era più vicino all’Internazionale comunista, poi divenne l’uomo di Mosca e dall’esecutivo dell’Internazionale staliniana fu partecipe della condanna a morte dell’intero gruppo dirigente del Partito comunista polacco e non mosse un dito per salvare tanti comunisti italiani rifugiatisi in Russia e colpiti dalla follia staliniana.

Sbarcato a Salerno nel 1944 volle riconoscere la monarchia, su ordine di Stalin, poi costruì un partito comunista succube dell’Urss, ma moderato in politica interna. Alla sua intuizione si deve l’esistenza del più grande partito comunista d’Occidente. Avversò il centro-sinistra di Nenni.

Ma anche su Togliatti occorre sviluppare un giudizio storico al di fuori degli schemi di partito e riconoscergli il merito di non avere fatto deragliare il dopoguerra in una situazione insurrezionale di stampo greco, di aver combattuto l’estremismo e l’avventurismo anche dopo il suo attentato nella calda estate del 1948, di avere sempre proposto un governo di unità nazionale sull’esempio dei governi ciellenisti dei quali fu anche ministro guardasigilli adottando l’amnistia anche per i fascisti (oltre che per i suoi).

Il “Migliore” è nella storia, fra i padri della Patria: per molti solo un dittatore mancato grazie alla Dc e agli Usa, per molti altri un semi dio tutt’ora da venerare.

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