Di Battista-Isis, capitolo secondo: “Uccisione di Foley figlia di Guantanamo”

Il deputato del M5S torna a parlare di Iraq e Stato Islamico, cercando nuovamente di comprendere le ragioni dell’altro

Alessandro Di Battista, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera e deputato del Movimento 5 Stelle, torna a parlare di Iraq e Stato Islamico e lo fa con uno status sul profilo Facebook. È probabile che anche questa volta la “cucina” giornalistica agirà sul testo grezzo e ne preparerà piatti da servire alla bisogna degli orientamenti politico-ideologici di questa o quella testata.

Questa volta Di Battista collega l’uccisione di James Foley alla reazione per la politica Usa in Medio Oriente:

A quel poveretto gli hanno messo addosso un divisa simile a quella indossata dai prigionieri a Guantanamo. Io penso che la violenza indecente, barbara, inaccettabile che ha subito quel ragazzo sia, in parte, figlia della violenza indecente, barbara, inaccettabile subita dai detenuti nel carcere di Abu Ghraib. Le violenze commesse in quella prigione furono senz'altro figlie di quel desiderio di vendetta che molti americani hanno provato dopo l'indecente, barbaro, inaccettabile attentato alle Torri Gemelle quest'ultimo anche figlio dell'indecente, barbaro, inaccettabile imperialismo nordamericano (l'imperialismo non e' soltanto nordamericano) che ha portato milioni di persone a morire di fame.

Una spirale della quale è impossibile rintracciare l’inizio e scorgere la fine. Di Battista parla di corresponsabilità. Come si può negare che la guerra preventiva all’Iraq e un decennio di truppe statunitensi a Baghdad non abbiano creato i presupposti per il reclutamento nelle fila degli estremisti islamici? Chi guidava le cellule di Al Qaeda in passato e quelle dell’Is (o Isis o Isil che dir si voglia) ora è abilissimo nel costruire percorsi di senso in chi ha subito perdite, lutti e privazioni a causa dell’ingerenza statunitense in Medio Oriente. È questo che Di Battista cerca nuovamente di chiarire, con un atteggiamento che prevede, da parte del lettore, l’abbandono dei preconcetti di parte.

L’ascesa dello Stato Islamico è il fallimento della politica Usa in Medio Oriente, una politica che, durante i sei anni dell’amministrazione Obama, non è riuscita a tirarsi fuori dalle secche delle guerre di Iraq e Afghanistan, ma, anzi, è dovuta intervenire – nel silenzio dei media occidentali – in Yemen e in Waziristan per sommarie “decapitazioni” dei vertici di cellule qaediste o presunte tali. Non senza (tante) inutili stragi di civili. Mentre si festeggiava la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden, un’organizzazione più articolata, diffusa e “rabbiosa” nasceva sulle fondamenta della Primavera Araba e dell’esplosione dei prezzi delle derrate alimentari. E in questo contesto gli Stati Uniti hanno continuato a interpretare il ruolo più comodo per i leader dei movimenti jihadisti, quello di nemico numero uno. Senza un nemico esterno non è possibile compattare le truppe, come gli Stati Uniti hanno individuato a turno il nemico nei giapponesi, nel comunismo e nell’estremismo islamico, le forze jihadiste hanno trovato nell’America la sintesi con cui parlare alle loro reclute.

Alessandro di Battista sull'Iraq

Dopo lo scandalo di Guantanamo, l'amministrazione Obama ha cercato quantomeno di evitare la creazione di martiri: in tal senso l’occultamento del cadavere di Bin Laden e la scarsa diffusione di materiale relativo alla cattura sono stati un deciso cambio di direzione rispetto, per esempio, all’uccisione di Saddam Hussein. Si tratta comunque di aspetti formali che poco incidono su quelli sostanziali ovverosia su una nazione che per forza di inerzia si trova a dover proseguire sulla strada intrapresa da George W. Bush. Fra l’incudine di una green economy fallimentare e di un ambientalismo che lotta contro fracking e tar sands e il martello della perdita di influenza in Medio Oriente, il biennio che attende Barack Obama sarà governato dagli equilibri da tenere sulla scacchiera delle risorse energetiche.

Il pensiero dominante ha scelto di contrastare il terrorismo in modo totalmente fallimentare e questo è un fatto,

dice Di Battista , citando i concetti nuovi sorti dopo l’11 settembre , quelli di “guerra giusta”, “bombe intelligenti”, “guerra preventiva”, “esportazione di democrazia”, concetti, secondo lui, strettamente connessi all’ascesa dello Stato Islamico in Iraq. Ora staremo a vedere come le parole di Di Battista verranno digerite, metabolizzate, tagliate e cucite per preparare piatti di tutt’altro sapore. Noi di Polisblog, a scanso di equivoci, proponiamo di seguito lo status nella sua interezza.

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