Renzi, iniziano le tappe in salita. E sul governo di “unità nazionale” Berlusconi dice “ni”

Non capita a molti essere nel posto giusto nel momento giusto e saper (anche) prendere il treno giusto. E’ successo a Matteo Renzi che, dopo i “test” della Leopolda e dopo aver sbaragliato prima Bersani poi Letta, ha conquistato da “rottamatore” il 40% degli elettori alle Europee, un segnale da parte degli italiani, stanchi di Berlusconi e impauriti da Grillo.

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Dopo quasi sei mesi dall’occupazione di Palazzo Chigi la luna di miele fra il premier e gli italiani è terminata, con tutti i nodi pronti a venire al pettine in un autunno che si annuncia caldo, se non addirittura incandescente. Apparentemente tutto fila liscio, con la doppia maggioranza (quella Pd-Forza Italia e quella Pd-Ncd ecc) capace fin qui di trovare una sintesi perché nessuno in questa situazione ha interesse a far saltare il tavolo e tornare alle urne.

Ma la crisi economica non allenta la morsa e le riformicchie annunciate non sblocca di un acca la situazione, al limite del ko. Oltre tutto, non è detto che le uniche due riforme sulle quali lo stesso premier ci ha messo e ci mette la faccia (Senato e Italicum) vadano davvero in porto e non si perdano nell’andirivieni legislativo fra Senato-Camera-Senato e non si frantumino negli scogli dei “dissidenti”, specie del Pd e di FI.

Renzi sa bene che la coperta è corta e che, con il maltempo in arrivo, serve agire per coprirsi perché il governo è già in stato di assedio, anche da parte delle cancellerie internazionali. Come agire? Qui casca l’asino.

Per non fare crollare il Paese servono misure drastiche, ancora dolorose per gran parte degli italiani già provati da anni di austerità (a senso unico). A quel punto, spremere ancora (sui 20 miliardi?) chi è già stato spremuto senza che la situazione sia mutata, può produrre una sola conseguenza: la caduta della popolarità e del consenso di Renzi.

In una estate dominata dalle esibizioni dei bikini e dei topless delle ministre renziane, non è difficile pensare a un autunno con duri contraccolpi, da resa dei conti. Nel caos incombente, non sono pochi – trasversalmente - a spingere per formare subito un governo di (quasi) unità nazionale, di fatto tutti dentro, con fuori solo il M5S, le destre e le sinistre estreme.

Ma il gran manovratore di Arcore, rincuorato dai tribunali e dalla dieta, sta sulle sue, abbarbicato nel suo controverso “ni”, gioca su più tavoli per fare avanzare le “sue” riforme, lasciando che gli eventi precipitino e tengano Renzi in cottura a fuoco lento e, in caso di fallimento, indicandolo come unico capro espiatorio e riproponendosi come “salvatore della patria” in una ennesima campagna elettorale alla baionetta e di stampo populista.

In questo scenario, quale Pd salverebbe Matteo Renzi? Quello che in un amen passò armi e bagagli dall’onesto e buon-bravo-flemmatico Bersani al giovin rottamatore? Pd cercasi. Perché potrebbe servire presto un partito per fare una campagna elettorale “porta a porta” dove alla fine “non si faranno prigionieri”.

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