Renzi, parte il primo colpo pesante. Contro i sindacati!

Con Renzi, è vero, qualcosa si muove ma si tratta di capire se quel “qualcosa” va nella giusta direzione per salvare l’Italia o affossarla definitivamente. La rivoluzione renziana va, partendo dalla scuola e dalla PA, con la botta ai sindacati per i distacchi e i permessi dimezzati.


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Si colpisce in basso disinteressandosi degli “intoccabili”? La riduzione del 50% delle prerogative sindacali – tra cui permessi e distacchi – aprirà polemiche e porrà Cgil Cisl Uil sul piede di guerra. L’abuso – specie in certe realtà ben individuabili – è un fatto certo anche se l’impressione è quella di voler dare un messaggio al Paese, sostanzialmente di stampo populista e di dubbio peso reale, di fatto una fiocinata alle spalle dei sindacati.

Invece di rimettere ordine facendo rispettare regole e leggi e punendo i singoli trasgressori si taglia la radice, in questo caso un diritto sindacale di grande peso per le relazioni fra lavoratori e pubbliche amministrazioni, oltre che per il significato democratico che contiene.

Più che estirpare le magagne che prolificano (anche) grazie ai sindacati (ma soprattutto grazie alla politica e agli amministratori incapaci o compiacenti per motivi elettoralistici) si vuole rimettere “in riga” le organizzazioni dei lavoratori, come fossero state e siano il vero male d’Italia. Forse questa “scossa” di Renzi può aiutare i sindacati a uscire dal loro immobilismo e mettersi in discussione facendo quel salto di qualità richiesta dalla realtà della crisi e della globalizzazione.

Ma indebolire i sindacati sul piano “politico” è certamente un errore che sarà pagato per primi dalle imprese e dalle istituzioni con una conflittualità non mediata dai sindacati, la spinta per un ribellismo pericoloso. Il rischio è di tornare in una jungla dove i più forti (fra i lavoratori) riescono a essere i primi (degli ultimi) e i più deboli tornano a una realtà, se va bene, che ricorda quella del dopoguerra.

E comunque il populismo lancia messaggi a senso unico, lasciando intaccata la casta politica e le altre mille caste e castine Made in Italy con un Paese ingessato dalle sue radici, con privilegi scandalosi, soprattutto nei piani alti, quei piani dove nessun Renzi si permette di entrare, lobby che prolificano indisturbate ovunque.

Scrive Giuseppe Sabella: “I privilegi si annidano nelle baronie universitarie, dove il ricambio generazionale è utopia per molti. Vi sono squilibri nella magistratura, la cui pausa estiva è di quarantacinque giorni, in un paese in cui i tempi processuali sono oggetto di infrazione europea. A completare l’immenso oceano dei “diritti rafforzati” c’è anche e soprattutto il mondo delle potenti professioni. Gli albi professionali, il cui controllo sfugge all’occhio dello stato (i bilanci delle organizzazioni territoriali non sono oggetto di controllo e verifica), premono fortemente per mantenere quei diritti acquisiti da tanti anni di efficienti intrecci politici. Anche in questo mondo le resistenze alle riforme sono sempre state pressanti, riforme per liberalizzare il mercato o per garantire prestazioni che siano competitive. Insomma, per accontentare l’opinione pubblica, oggi si tenta (invano) di intervenire su quelli che sono i privilegi della politica, dai rimborsi alle indennità. E così se anche i commessi del parlamento lamentano la riduzione di stipendio e se il vano tentativo di ogni governo di mettere mano a pensioni d’oro e vitalizi regionali senza ottenere alcun successo, respinto da sentenze che tutelano il “diritto acquisito”, animano il dibattito più dei reali interventi strutturali, è chiaro come ogni categoria non sia disposta a cedere parte dei propri privilegi per la ristrutturazione del paese”.

Quindi, alla fine, a pagare sono sempre gli stessi. Così si consegna il Paese in mano al populismo, Berlusconi o Renzi fa lo stesso. Italiani, “cornuti e mazziati”.

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