LEGGE 194/78 : parla un'assistente sociale (prima parte)

Continua la discussione già sollecitata su questo blog sulla legge 194 e riportata all'attualità dalla scontro Formigoni-Turco causato dal "no" della Regione Lombardia che ha portato alla bocciatura del documento contenente le linee guida per un'applicazione uniforme della legge sul territorio nazionale.

Prima di iniziare però può essere utile precisare alcuni concetti relativi alla correttezza del calcolo dei tassi di abortività in relazione alla popolazione; la definizione usata è quella data dall’ISTAT, dall’ISS e dall’WHO. Inoltre è corretto analizzare il tasso di abortività sulla popolazione perché fornisce un parametro di riferimento sulla diffusione del fenomeno, sbagliato invece sarebbe calcolarlo sulla base del tasso di natalità, in quanto bisogna tener conto che questi due fenomeni non sono tra loro dipendenti.

Ossia un basso tasso di natalità non può essere imputato ad un alto tasso di abortività, semmai quest’ultimo può portare delle riflessioni sul perché determinati aspetti sociali, culturali ed economici abbiamo portato ad un abbassamento del primo. Detto più semplicemente se una donna decide di abortire non si può considerare un limite alla natalità perché, comunque, quella gravidanza non era desiderata quindi il ricorso all’IVG diventa uno strumento non la causa.

Per cui l’attenzione va posta sulle motivazioni che portano la donna a scegliere di abortire piuttosto che sulla legge che le da questa possibilità. La legge 194 non obbliga nessuno che desidera un figlio ad abortire, anzi. A questo punto poi si potrebbe riflettere su coloro che si lamentano della bassa natalità e poi approvano leggi come la 40/2004 sulla procreazione assistita che puntano a rendere ancora più difficili le possibilità di chi un figlio lo vorrebbe.

Per approfondire ulteriormente la tematica vi proponiamo un’intervista realizzata con un’assistente sociale che da più di vent’anni segue, in un consultorio familiare dell’hinterland milanese, le donne che intraprendono il percorso di IVG. Nell’intervista cercheremo anche di rispondere, grazie all’intervento di questo osservatore privilegiato, ad alcuni spunti usciti nei commenti al precedente post.


Qual è la sua opinione professionale sul funzionamento della legge 194/78? È una buona legge? Raggiunge gli obiettivi che si è posto il legislatore?

Quando fu promulgata, frutto della mediazione fra la spinta esercitata dal movimento femminista e gli esponenti democristiani di quell’epoca, sembrò poter affrontare in modo sufficientemente efficace il fenomeno allora molto presente e tangibile dell’aborto clandestino. In principio fu considerata rivoluzionaria e, unitamente ad altre importanti leggi di quel periodo (come la riforma del diritto di famiglia, la legge sulla separazione e divorzio e l’istituzione dei consultori familiari) destinata a modificare profondamente l’idea stessa di famiglia. Come molte leggi, in realtà, non faceva altro che prendere atto di un fenomeno esistente e cercare di governarlo nel rispetto del diritto e dell’interesse dei soggetti coinvolti. Dal punto di vista quindi del legislatore non vi era altro obiettivo che portare alla luce un fenomeno esistente ma poco leggibile nelle sue caratteristiche, perché nascosto e avvolto nella nebbia dell’illegalità, per poterlo analizzare ed affrontare adeguatamente. Personalmente considero la legge 194 come una risposta adeguata al fenomeno abortivo. Come tutte le leggi è ovviamente migliorabile, ma da non stravolgere nei suoi intenti fondanti che riconoscono alla donna la possibilità di scegliere quando e se diventare madre potendo, se lo desidera, essere aiutata ad affrontare le difficoltà del momento.

Spesso si discute della non applicazione totale della legge. Quali parti della legge non sono applicate? Perchè?

L’enfasi che è stata posta in questi ultimi anni sulla legge 194 credo che abbia più a che fare con aspetti politici ed etici (cosa mi fa guadagnare più consenso? cosa è giusto e cosa non lo è?) che non squisitamente con la legge in sé. Questa legge ha già superato più esami e verifiche di qualsiasi altra io ricordi, come ha dimostrato anche l’ultima commissione d’inchiesta, voluta dal precedente governo Berlusconi. Nata con l’intento di “far saltare” la legge e risoltasi poi in un boomerang che ha dimostrato l’efficacia della legge stessa. Nonostante ciò sicuramente l’applicazione della 194 è passibile di miglioramento. Le politiche sanitarie adottate negli ultimi anni, in particolare in Lombardia, hanno dichiarato la scomparsa della visione unitaria, olistica diremmo oggi, della persona, propria degli anni in cui la legge fu promulgata, in favore di una visione più medicalizzata e frammentata con il conseguente minor sostegno a quei servizi nati a garanzia di una corretta applicazione della legge stessa. Mi spiego meglio, spesso si tende a favorire la cura a discapito della prevenzione, di gran lunga meno redditizia ed esterna ai luoghi del potere sanitario, cioè gli ospedali. Questo ha fatto sì che si impoverissero i servizi deputati ad occuparsi della prevenzione dei comportamenti a rischio, contraccettivo e psicosociale, cioè nello specifico i consultori familiari pubblici. Ad esempio, dalla metà degli anni 90 in Lombardia si è modificata la politica sanitaria per cui, mentre prima gli ospedali garantivano con tempismo ed efficacia la corretta applicazione della legge 194, collaborando sinergicamente con i consultori familiari e giungendo anche a consentire attività di accompagnamento e sostegno alla donna durante tutto il percorso IVG, oggi non è più così. La comparsa della imprenditorialità sanitaria delle “aziende” ha reso queste collaborazioni difficili e macchinose, facendo ricadere spesso solo sulla donna la frammentazione di un percorso istituzionale ormai scisso, obbligandola cioè ad affrontare l’iter successivo alla certificazione con soggetti diversi e spesso poco disponibili (vedi il fenomeno dell’obiezione di coscienza esploso in lombardia). Quindi, sicuramente, applicare meglio la 194 non significa solo potenziale e rendere disponibili sostegni alla maternità, servizi che si occupino della primissima infanzia o agevolazioni per l’acquisizione di alloggi, ma anche consentire che chiunque, per propri motivi personali, relazionali e psicologici, decida di affrontale l’esperienza sempre difficile e complessa della IVG, non si trovi anche a subire una sorta di punizione sociale gratuita e non prevista.

Si parla spesso anche di “riforma” della legge, lei rivedrebbe alcune delle sue parti?

Certamente alcune parti potrebbero essere riviste, ma non credo che ci siano le condizioni per affrontare serenamente queste problematiche, visto il clima degli ultimi mesi, e quindi mi limiterei a sostenere l’attuale legge nelle parti applicative più fragili, ovvero la prevenzione e la possibilità di conciliare il diritto all’obiezione e l’altrettanto valido diritto alla effettuazione dell’IVG nei termini previsti dalla legge.

La legge 194 nasce, come abbiamo visto, per far emergere il problema degli aborti clandestini, è stato raggiunto questo obiettivo?

La questione degli aborti clandestini, che ogni tanto occhieggia ancora tra le notizie di cronaca, ci sottolinea come il fenomeno dell'IVG non regolata sia comunque presente (vedi recenti episodi nella clinica di Genova e a Napoli). Sicuramente però in un numero molto meno importante di prima. Tuttavia il mondo dell’immigrazione e dell’illegalità sono ancora sicuramente soggetti a questi fenomeni, che potrebbero però trovare un utile deterrente in una sempre più accurata informazione sulla possibilità di accesso all'iter dell'IVG senza penalizzazione delle donne.

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