Riforma Gelmini: miti e verità del DL 112



Da giorni la scuola italiana è in fermento, e durante le manifestazioni di piazza si sono sentite innumerevoli bestialità, ma in qualche caso anche affermazioni corrette. Dal momento che a noi piace andare in fondo alle questioni dicendo le cose come stanno, vediamo cosa dice il famoso Decreto legge 112 e come si incrocia con la Riforma Gelmini. Anche stavolta procediamo per punti, per facilitare la comprensione del testo e delle critiche che ad esso si muovono.

Punto primo: la privatizzazione degli atenei. C'è chi parla di scomparsa dell'università pubblica, ma è davvero così? Il Dl ne parla all'art.16, che citiamo:

In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e' adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e' approvata con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell'anno successivo a quello di adozione della delibera.

Come vedete il passaggio è facoltativo e serve la maggioranza assoluta; appare quindi molto difficile che la decisione venga presa senza fondati motivi, e di fatto ne sono escluse tutte le grandi università. Mai e poi mai la Statale di Milano o la Sapienza potrebero avere il 51% del Senato accademico a favore.

Punto secondo: il turn-over comporterà la perdita di 87.000 posti di lavoro (art.66). Falso. Come già detto in più occasioni è stato istituito il blocco delle assunzioni, per cui l'80% dei pensionamenti non sarà rimpiazzato. Ciò si rende necessario per rimettere in sesto i conti della scuola pubblica che allo stato attuale costa al contribuente una cifra spaventosa, ma non, si noti bene, per farla funzionare al meglio, bensì per finanziare un caravanserraglio in cui oltre il 90% delle risorse va a finire in stipendi. E questo spesso a fronte di classi e corsi con un numero di studenti risibile. Non sono invece previsti licenziamenti anche perché, ricordiamolo, la Pubblica amministrazione non può licenziare senza giusta causa (e quasi sempre neanche in quest'ultimo caso.)

Punto terzo. I tagli uccideranno l'università pubblica e costringeranno gli atenei a privatizzarsi (vedi punto uno). E' stato effettivamente deliberato un taglio di contributi alle università pubbliche nell'ordine del 1% per l'anno 2009; taglio che crescerà negli anni fino a raggiungere quota 7,8% nel 2013. Si parla del FFO (Fondo di funzionamento ordinario). Certo, un taglio non è mai piacevole ma in un'ottica di razionalizzazione della spesa e di ristrutturazione del sistema appare indispensabile, secondo la maggioranza, per la quale citiamo l'intervento del senatore Valditara (PdL) in occasione della discussione del Dl:

"E' inutile continuare a versare acqua in un otre forato: prima bisogna ripararlo. Nel contempo però il Governo deve dare corso all'impegno assunto alla Camera di eliminare nei prossimi esercizi finanziari i tagli, laddove parta un piano serio di risanamento virtuoso.
Nei prossimi mesi occorrono dunque: 1) piani pluriennali di rientro finanziario delle università sull'orlo del dissesto con riduzione virtuosa di corsi e limitando le sedi staccate solo laddove utili per lo sviluppo del territorio; 2) una parte delle risorse dovrà essere in prospettiva assegnata sulla base dei risultati raggiunti; 3) si deve proseguire il piano straordinario di assunzione dei ricercatori, che è fuori dal blocco; 4) occorre consentire lo sblocco delle assunzioni per quelle università che siano virtuose nel rapporto spese per il personale e Fondo di finanziamento ordinario, ovvero per quelle università che accettino l'avvio di un piano di risanamento; 5) occorre infine consentire la assunzione a partire dal 2010 dei vincitori dei concorsi di prima e seconda fascia banditi entro il 30 novembre."

In buona sostanza il governo ha cercato disperatamente di reperire delle risorse dal fronte scuola per far quadrare i conti, ma spera con la riforma di abbattere i costi per poi cancellare i tagli o perlomeno renderli indolori. Si tratta comunque di cifre troppo esigue, almeno nell'immediato, per provocare quell'apocalisse del passaggio al privato che molti evocano. Questo non vuol dire che siano giusti di per sé, pur se inquadrati in una congiuntura economica drammatica.

Il commento ai lettori.

Foto: La Stampa

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