Renzi, match con la Camusso. Preparando le elezioni anticipate?

Susanna Camusso attacca Matteo Renzi sull’art. 18 paragonando il “rottamatore” alla Thatcher ma dimenticandosi che si deve alla “Lady di ferro” il rilancio dell’economia della Gran Bretagna.

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La segretaria generale della Cgil rischia un boomerang: per la propria leadership alquanto appannata; per la stessa Cgil vista come sindacato vintage, a difesa dei “garantiti”; per il Pd, perennemente diviso, adesso al limite dell’implosione. Come spesso accade in Italia, lo scontro sull’art. 18 è sostanzialmente “ideologico”, o per dirla in altro modo, strumentale, sia per Renzi e il suo governo, sia per la Camusso e i sindacati, sia per il Pd, la cui minoranza s’attacca a tutto pur di mettere i bastoni fra le ruote del segretario-premier.

La Thatcher fece allora una riforma del lavoro rivoluzionaria, durissima, tale da decapitare i sindacati ma rimettendo in piedi l’Inghilterra. Qui siamo al solito compromesso, con il Jobs Act che non abolisce certo lo Statuto dei lavoratori, ma toglie solo apparentemente l’art 18, confermandolo di fatto con la formula delle tutele crescenti.

Dice l’ex ministro delle Finanze Francesco Forte: “La Thatcher negli anni ’80 attuò una privatizzazione dei contratti di lavoro, consentendo ad aziende e lavoratori di scegliere autonomamente il loro contenuto. Il Jobs Act di Renzi, al contrario, è interamente strutturato come un contratto di lavoro di diritto pubblico. Le contrattazioni aziendali decentrate ci sono già, e quindi è evidente che la riforma di Renzi è tutt’altro che un deciso passo avanti”.

Insomma, se non proprio aria fritta, questo scontro mira a ben altro. A che cosa? Dimostrare che agli annunci il premier fa seguire i fatti. Ma serve anche a fare chiarezza, specie nel Pd e nella cosiddetta sinistra, a dare una scossa agli italiani per creare le condizioni per giungere a una svolta politica, magari attraverso il ricorso al voto anticipato. La storia si ripete.

Dopo i primi sei mesi, i risultati dell’azione del governo non arrivano (recessione e deflazione imperversano) e il rischio di perdita di consensi per Renzi e il Pd, è reale. Con questa doppia maggioranza di governo (con i centristi sul piano politico e con Forza Italia sul piano parlamentare) e con questo parlamento (sotto il tiro dei franchi tiratori trasversali), le riforme non passano o sono il frutto di compromessi al ribasso.

In commissione lavoro – esempio significativo - snodo nevralgico da cui passerà la riforma tanto controversa, c’è la cartina tornasole, commissione composta per metà da ex sindacalisti di sinistra e chiaramente non in sintonia con Renzi, antiberlusconiani doc. Ciò vale per altre commissioni e, soprattutto, per le aule di Camera e Senato. Così Renzi è nel cul de sac: da qui l’esigenza dello strappo, con l’ipotesi di andare alle urne a febbraio 2015.

Ma se si votasse con questa legge elettorale, il Pd non potrebbe governare da solo ma avrebbe bisogno dell'appoggio di altre forze tra cui anche quello di Forza Italia. Secondo il sempre ben informato Dagospia, l'incontro di mercoledì sera tra Berlusconi e Renzi sarebbe servito a definire la strategia e la tattica che portano al voto. 
Il vero ostacolo è Napolitano che dal Colle non cede:"Io non sciolgo le Camere, piuttosto mi dimetto. Alle elezioni semmai vi porterà il mio successore". Allora?

Spunta anche l’ipotesi del Renzi-bis. Solo minestra riscaldata? Intanto s’annunciano scioperi e manifestazioni.

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