Grandi rischi, grandi responsabilità

L'Aquila

La sentenza che ha stabilito la condanna della Commissione Grandi Rischi relativamente alle proprie decisioni prese prima del terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 ha suscitato, come prevedibile, un clamoroso vespaio. Perché si tratta, senza ombra di dubbio, di una sentenza a suo modo storica.

Quel che colpisce è la modalità sostanzialmente erronea con cui questa sentenza è stata recepita dalla cosiddetta opinione pubblica, e veicolata da molti media. Complice un clamoroso errore di fondo, che ha quasi a che fare con la semantica o forse addirittura con l'analfabetismo strutturale.

Ovvero, si tende a confondere (strumentalmente?) la prevenzione con la previsione. Questa confusione terminologica (di cui ho già ampiamente dissertato nel mio Protezione Civile Spa, che mi tocca citare per forza di cose e per rimandare a quella sede per eventuali – e indispensabili – approfondimenti) viene alimentata non solo da false credenze popolari ma anche da certa stampa e dalle modalità comunicative della Protezione civile, che paventa il rischio di "paralisi" del Dipartimento. Così, in definitiva, anche grazie alle dichiarazioni di politici di varie aree, la sentenza di condanna è diventata, per alcuni, una specie di follia. Come se si fosse condannato qualcuno per non aver saputo prevedere il terremoto.

Questo, a differenza di un terremoto, era facile prevederlo: chi ha seguito l'assurda, tragica storia dell'Aquila lo sapeva bene. Così come era facile ipotizzare la strategia difensiva del dipartimento.

Ma andiamo con ordine e mettiamo insieme una serie di fatti.

Verbale della Commissione Grandi Rischi

Verbale della Commissione Grandi Rischi
Verbale della Commissione Grandi Rischi
Verbale della Commissione Grandi Rischi
Verbale della Commissione Grandi Rischi

Cos'è la Commissione Grandi Rischi?

La Commissione Grandi Rischi è una struttura collegiale, di sicuro la più importante struttura scientifica di riferimento per il Dipartimento della Protezione Civile.

Il Governo Spadolini affida (DPR del 3 luglio 1981) alla guida del Ministro senza portafoglio Giuseppe Zamberletti la nascente Protezione Civile. Poco più di sei mesi dopo, con (DPCM del 8 gennaio 1982 n. 1282) viene nominata una “Commissione tecnico – scientifica a base interdisciplinare”, che deve collaborare con il Ministro sui problemi inerenti la previsione e la prevenzione dei rischi. Seguono successivi ritocchi nell'84, nell'86, nell'89 (in altra sede, già indicata, si può approfondire la questione della gestione delle emergenze: ogni Governo, a seconda delle proprie inclinazioni e idee, mette mano alle situazioni emergenziali e alle modalità con cui devono essere affrontate. Capire perché non è difficile: la decretazione d'urgenza e i commissariamenti sono strumenti potentissimi per la gestione del potere), poi la ratifica, nel 1992, insieme alla legge organica di Protezione Civile, per valorizzarne il ruolo e per conferire alla Commissione autonomia propositiva. A novembre dello stesso anno ne viene organizzato il funzionamento. Nel 1981 era nata anche una Commissione tecnico-scientifica per lo studio dei problemi di carattere sanitario concernenti la protezione civile. L'esperienza di questa commissione e di quella tecnico-scientifica portano alla modifica del 1984, che rende l'organismo responsabile di un ruolo di assistenza e di consulenza per il Ministro. E' nell'85 che arrivano “la previsione e la prevenzione”. Negli anni, fior di esperti vengono aggiunti alla Commissione.

Finché, con la legge 225 del 24 febbraio 1992, la legge istitutiva della Protezione Civile, la Commissione Grandi Rischi viene formalizzata come «organo centrale del servizio nazionale». E' l'articolo 9 della legge a spiegarne il funzionamento, mentre l'organizzazione arriva con un successivo decreto del 21 ottobre 1992.

La Commissione agisce in 7 settori (ciascuno ha un Presidente, nove esperti, un segretario).


    I sette settori della Commissione Grandi Rischi

    Settore I Rischio sismico
    Settore II Rischio nucleare
    Settore III Rischio vulcanico
    Settore III Rischio vulcanico
    Settore IV Rischio idrogeologico
    Settore V Rischio chimico, industriale ed ecologico
    Settore VI Rischio trasporti, per terra, per mare e per cielo.
    Settore VII Rischio sanitario



Il sito dell'ISPRO (Istituto di Studi e Ricerche sulla Protezione Civile e Difesa Civile) spiega chiaramente che il suo

«compito è quello di fornire pareri, proposte, suggerimenti, interventi tecnici, interventi operativi per favorire i due compiti principali della Protezione Civile: la previsione e la prevenzione, in tutti i settori di rischio per il Paese».

E' facile intuire che l'esistenza di una Commissione con compiti simili non significhi che si possano prevedere con esattezza i terremoti (o altri eventi calamitosi), ma che rilevanze storiche, statistiche, dati geologici e simili possano indurre a prendere precauzioni per la messa in sicurezza di territori a rischio.

Il Rapporto Barberi

Aggiungiamo un dato. Giusto per chiarire che ci sono tutta una serie di fatti e numeri ben noti, che fanno parte del patrimonio di conoscenze relativamente all'antisismica. In un censimento del 1999 (il cosiddetto Rapporto Barberi), all'Aquila venivano rilevati 209 edifici pubblici in muratura «di cattiva qualità» (solai in legno e putrelle), 346 sempre «di cattiva qualità» (solai in laterizi e calcestruzzo).

Vediamo qualche esempio, grazie a un pezzo del Corriere della sera (uscito poco dopo il terremoto del 6 aprile 2009: accade sempre così, in Italia):

«Prefettura. Tipologia: muratura. Età di costruzione precedente al 1919. Utilizzazione: totale. Volume 32.028 metri cubi. Vulnerabilità sismica: medio-alta». «Università, via Assergi. Muratura precedente al 1919. Utilizzo totale. 8.660 metri cubi. Vulnerabilità medio alta». «Ospedale S. Salvatore via Nizza. Muratura precedente al 1919. Sopraelevazione: 5.740 metri cubi. Vulnerabilità media». Le schede degli edifici simbolo del disastro di oggi sono impietose. Almeno altre 120 strutture cittadine vengono giudicate «in precario stato». Quasi un terzo delle abitazioni private, poi, è ritenuto a rischio sismico alto. E le più recenti, costruite dopo il 1970, sono state realizzate usando «telai di calcestruzzo armato non tamponati o inconsistenti». Il panorama era così desolante che il capo della Protezione civile abruzzese, l'ingegner Pierluigi Caputi, ritenne di dover compilare un ulteriore censimento degli edifici a rischio, allo scopo di ottenere i finanziamenti per metterli in sicurezza. È la famosa lista che la Procura dell' Aquila vuole esaminare in questi giorni. Scrive Barberi concludendo la sua presentazione dell' opera: «Appare indispensabile che questo patrimonio di dati costituisca linea di indirizzo costante per l' avviamento a soluzione dei complessi problemi legati alla sicurezza del territorio interessato dal rischio sismico, in una corale accettazione di responsabilità da parte di tutti gli organismi interessati». L' ultimo passo, che non è mai stato fatto».

Il rapporto è un censimento molto ampio, quasi mastodontico, che si intitola Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia.

Conteneva tutti gli edifici pubblici dell'Aquila crollati il 6 aprile, per capirci.

Cosa succede a L'Aquila?

E' il 2009. Lo "sciame sismico" dura da mesi, c'è una naturale preoccupazione in città. Così, il 31 di marzo si riunisce la Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi.

La riunione è irrituale. Dura pochissimo, meno di un'ora. Al termine della stessa si conclude poco o niente. Il testo del verbale non aggiunge molto al solito concetto del “non si può prevedere un terremoto”. Secondo il Prof. Bernardo De Bernardinis, vice di Bertolaso, gli aquilani possono stare tranquilli e andarsi a bere un buon bicchiere di Montepulciano: non è una leggenda metropolitana, lo dice davvero, l'allora vice di Bertolaso, rispondendo in maniera affermativa alla domanda di un giornalista.

Nel 2010, l'Avvocato Simona Giannangeli – che segue il processo che riguarda il crollo della Casa dello Studente del Capoluogo Abruzzese – ha le idee ben precise in merito e mi dice:

«E' chiaro che non si possa prevedere un terremoto. Ma qui è stato previsto un non-terremoto»

.

L'avvocato Antonio Valentini, che fece acquisire, fra l'altro, il video delle rassicurazioni di De Bernardinis, spiega, a distanza di pochi mesi dalla scossa, nel corso di una partecipatissima assemblea all'Aquila, (organizzata per parlare dei rischi connessi al progetto di Bertolaso – poi decaduto per ben noti fatti di cronaca – di costituire un SpA della Protezione civile):

«Se la Protezione Civile non era in grado di stabilire se ci sarebbe stato o meno un forte terremoto, visti i 4 mesi di scosse e la situazione ben nota dell'Abruzzo, aveva perlomeno il dovere etico di non dirci: “State tranquilli"».

Il carteggio Boschi-Bertolaso

A riprova del fatto che qualcosa non sia andato come doveva, in quella riunione, c'è un carteggio che non ti aspetti. E' quello fra Enzo Boschi e Guido Bertolaso che inizia con la lettera del 16 settembre 2009.

Il Prof. Boschi (INGV), che a quella riunione aveva preso parte e che oggi è fra i condannati, scriveva a Bertolaso, all'On. Giuseppe Zamberletti, Presidente della Commissione Grandi rischi, al Prof. Franco Barberi, Presidente Vicario della stessa commissione e, per conoscenza, al Dr. Gianni Letta:

Cari Presidenti, la fase acuta dell'emergenza a L'Aquila è conclusa. Penso quindi che sia venuto il momento di fare chiarezza su un punto a mio avviso di una certa rilevanza.

Il 6 aprile, subito dopo il terremoto, Guido Bertolaso ha dichiarato che “in una conferenza stampa... il Prof. Boschi... ha stabilito che non era assolutamente prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che erano state registrate”. Il fatto che io possa aver escluso scosse forti in Abruzzo in qualunque momento della mia vita professionale è semplicemente assurdo. Comunque non ho partecipato alla conferenza stampa a cui si fa riferimento. Bertolaso non era presente a L'Aquila e, quindi, qualcuno ha fatto confusione o, peggio, ha mentito. [...]

Il 17 febbraio 2009 il Centro Nazionale Terremoti dell'INGV invia all'Ufficio Rischio Sismico DPC un comunicato sulla sequenza in atto che non può certo essere considerato tranquillizzante. Dall'Ufficio Rischio Sismico DPC non viene alcuna reazione.

[...]

La Commissione Grandi Rischi viene convocata a L'Aquila da Bernardo De Bernardinis il 31.3.09 a seguito della scossa di magnitudo 4. Partecipa anche Mauro Dolce. Inizia alle 18:45 circa. La riunione è del tutto irrituale anche per la presenza di numerose persone a me sconosciute. Viene improvvisamente interrotta alle 19:30 da De Bernardinis, senza che sia stata concordata alcuna deliberazione e senza che sia stilato il verbale. [...] Per come la penso io la riunione del 31.3.09 effettivamente non c'è stata. [...] Successivamente, venni a sapere che la riunione era stata interrotta perché per le 19:30 era già stata prevista una conferenza stampa».

Boschi scrive anche che il verbale della Commissione viene firmato dopo il terremoto del 6 aprile e che il testo

«riporta in maniera confusa cose dette nella riunione del 31 marzo.
[...]
«Qualcuno corregge questo testo alla meno peggio e Mauro Dolce ce lo fa firmare (contro il muro) nella caotica serata del 6 Aprile, a suo dire, per ragioni interne»

.

La lettera finisce così:

«Non ho alcuna intenzione di fungere da capro espiatorio e pertanto Vi prego di indire una riunione per fare chiarezza».

La risposta di Bertolaso non si fa attendere:

«Rilevo il Prof. Boschi ripropone, sempre a circa sei mesi di distanza dai fatti, la vicenda della sottoscrizione del verbale quasi che la medesima gli sia stata estorta con modalità che avrebbero impedito un'adeguata ponderazione del contenuto del verbale. Questo modo di rappresentare i fatti, che suona come un tentativo di esonero dalla propria responsabilità, oltre a non essere dimostrabile, non trova giustificazione nell'insieme delle azioni poste in essere dall'INGV nei giorni immediatamente precedenti il sisma».

E giù di botta e risposta a colpi di comunicato stampa. La lotta era tutta interna, fra Boschi e Bertolaso, e le sue ragioni risiedevano, con ogni probabilità, in questioni che riguardavano il futuro riordino del Dipartimento e il ruolo dell'INGV.

Di questo carteggio non si parla più, naturalmente.

Operazione mediatica

Più tardi nel tempo verrà diffusa una telefonata di Guido Bertolaso a Daniela Stati (assessore regionale abruzzese alla Protezione civile, poi indagata per corruzione nella ricostruzione),

«Parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente».

Qualche tempo dopo, rispondendo a un padre che gli chiedeva conto dell'operato degli organismi preposti a prevenire, Bertolaso scriveva una lettera in cui diceva, fra l'altro:

«I morti dell’Aquila potevano non esserci e soprattutto essere molti meno tra i giovani. Confido in coloro che devono, per loro compito, individuare le resposabilità personali dirette, omissioni dolose, irresponsabilità colpevoli, perché è giusto che non si chiami disgrazia o fatalità ciò che poteva essere evitato».

Ovviamente, dopo questa missiva, Bertolaso non chiarì ulteriormente.

Previsione e prevenzione

Arriviamo al punto, dunque. Bertolaso era senz'altro un grande comunicatore. Ha sempre tuonato contro le amministrazioni locali, quando è accaduta qualche tragedia (penso, ad esempio, alla frana di Giampilieri: si parlò di «abuso edilizio», anche se si trattava di un centro storico. Insomma, è sempre colpa degli altri. E generalmente, di altri facilmente additabili all'opinione pubblica come colpevoli); all'Aquila ha messo in campo una macchina mediatica straordinaria, culminata con il G8 e con le C.A.S.E. (anche qui, la storia è davvero troppo lunga. Riassumerò, semplificando, dicendo che di media, Bertolaso si intende eccome. Così come di comunicazione in aree di emergenza. Ma sono comunicazioni che hanno un sapore quasi sempre propagandistico e che trovano il consenso e l'attuazione anche da parte di Berlusconi. Si veda a titolo esemplificativo Metodo Augustus modello Bertolaso).

Progressivamente, dalla sua ascesa, il Dipartimento dimentica progressivamente la previsione e la prevenzione. Scrivevo su Il Fatto Quotidiano nel 2010:

«In questo quadro complesso, durante l’era Bertolaso i fondi per la previsione e prevenzione sono stati drasticamente tagliati; come più volte denunciato dalla FP CGIL non esistono i piani nazionali d’emergenza; il volontariato è stato depotenziato in una Consulta che ha sostituito il Comitato previsto per legge; il comitato paritetico Stato-Regioni-Comuni (istituito con la Legge 401/01) non è mai stato convocato. E non si è mai dato conto della ripartizione dei fondi di Protezione civile».

Nel frattempo, però, visto che il capo era un grande comunicatore, si spendeva eccome per il Grandi Eventi, che per qualche tempo sono rimasti sotto la competenza del Dipartimento.

Sì, la questione è complessa, è evidente. E, no, non si tratta di divagazioni ma di piccole tessere di un mosaico estremamente difficile da comprendere, se lo si guarda nel dettaglio e non si prendono le doverose distanze per avere una visione d'insieme.

Venendo al dunque, insomma, e messi insieme tutti i pezzi di cui sopra, nella maniera più sintetica possibile, ecco che la sentenza di condanna dovrebbe assumere un nuovo senso.

Nessuno pensa che la Commissione Grandi Rischi sia stata responsabile di aver mancato la previsione di un terremoto.

Ma è stata evidentemente riconosciuta – oltre che da un punto di vista morale, anche da un punto di vista giuridico – la responsabilità di un'organismo dello stato nella mancata prevenzione e nelle rassicurazioni immotivate proposte alla popolazione aquilana.

Il passo successivo? Be', sarebbe il riconoscere la totale mancanza di un piano a lungo termine della messa in sicurezza del territorio. Ma prima sarebbe necessario che si dissolvessero le nebbie che accompagnano sentenze come quella dell'Aquila.

Tutti condannano i giudici?

Eppure, pare proprio che la strategia del pensiero semplificato funzioni: tutti condannano i giudici che hanno condannato. Perché è la cosa più semplice da fare.

Qualcuno, però, su Scientific American, per esempio, non la pensa allo stesso modo.

Si tratta di David Ropeik, docente all'Harvard Extension School. Ropeik spiega molto bene perché la sentenza sia contro il fallimento della comunicazione scientifica (insistendo appunto sul fatto che sia stato completamente sbagliato, e dunque omissivo, e dunque "colpevole", il modo in cui i membri della Commissione hanno comunicato le loro valutazioni), e non contro la scienza come si vuole far credere.

Purtroppo, la semplificazione del pensiero sta vincendo.

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