Incontro Obama-Netanyahu: Washington e Tel Aviv sempre più distanti

Obama And Biden Meet With Israeli PM Netanyahu At White House

Barack Obama e Benjamin Netanyahu si sono incontrati per la prima volta dopo l'operazione Margine Protettivo, che ha ridotto Gaza in cumulo di macerie e ha lasciato sul campo più di 2.150 morti (80% civili). Al di là dei convenevoli diplomatici, il faccia a faccia tra il presidente americano e il suo omologo israeliano non ha prodotto grandi risultati: la distanza tra Washington e Tel Aviv appare con il passare dei giorni sempre più netta.

Durante il colloquio ci sono stati parecchi momenti di tensione, fatto confermato dal portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest. Quest'ultimo, a tale riguardo, ha dichiarato che "le nuove costruzioni annunciate a Gerusalemme Est allontaneranno Israele dagli alleati più stretti" (Via Ansamed). Da queste parole è facile intuire che Obama ha mal digerito l'annuncio del governo israeliano, lanciato poche ore prima dell'incontro, di voler continuare con la sua politica di occupazione. In particolare ci riferiamo al piano per la costruzione di 2.160 nuove unità abitative ebraiche a Givat Hamatos, nella zona di Gerusalemme Est.

Così Netanyahu ha voluto mettere preventivamente mettere le cose in chiaro con l'amministrazione americana, che continua a predicare la necessità di "cambiare lo status quo a Gaza" e di "promuovere la pace con i palestinesi". Sembra che l'obiettivo del premier israeliano, in questo momento, sia solo quello di voler trattare (dietro precise condizioni) sull'apertura dei valichi, per consentire che passino gli aiuti per la ricostruzione della Striscia. Per il resto, pare proprio che non ci sia alcuna volontà di riaprire un negoziato con Abu Mazen, che qualche giorno fa all'Onu ha parlato di genocidio a Gaza e della nascita di uno Stato palestinese entro i confini del '67.

Al governo israeliano non è piaciuta nemmeno la mossa, sostenuta da Unione Europea e Usa, di adoperarsi per favorire un accordo tra Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale in Palestina. La fine del conflitto tra le due fazioni, durato sette anni, è stata accolta negativamente sin dal giugno scorso. Il recupero di sovranità a Gaza da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese, non offrirebbe le garanzie di sicurezza necessarie per Israele. Dunque, la tesi portata avanti da Tel Aviv è sempre la stessa, quella di una incapacità di Abu Mazen di liberarsi delle organizzazioni terroristiche.

A tale proposito, segnaliamo che lo scorso lunedì, il ministro degli Affari Strategici, Yuval Steinitz, ha rivolto un attacco durissimo al presidente dell'Anp. Secondo quanto riportato da NenaNews, il politico israeliano ha dichiarato nel corso di una conferenza: "Abu Mazen è un nemico peggiore di Yasser Arafat [...] Nega l’esistenza dello Stato ebraico e il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio Stato. Per Abu Mazen non ci sono ebrei. Egli è disposto a riconoscere solo la religione ebraica".

Ricordiamo, per inquadrare meglio l'intervento del ministro, che Abu Mazen nega la necessità che Israele si costituisca su base etnico-religiosa per una questione politica: ciò negherebbe il diritto al ritorno dei profughi e potrebbe produrre possibili discriminazioni sulla minoranza araba. Ma al di là di questo, è chiaro che le parole di Steinitz sono indicative di quanto sia utopistico in questo momento un ritorno al negoziato.

Non sono mancate altre frizioni tra Netanyahu e Obama. Il premier israeliano, non senza venature polemiche, ci ha tenuto a ribadire che bisogna "impedire che l'Iran diventi un potenza militare nucleare". Così, ancora una volta Israele ha espresso il suo disappunto per il negoziato tra Teheran e 5+1, voluto soprattutto per volontà di Washington.

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