Pd, addio alla tessera! Leggerezza organizzativa o scelta politica di Renzi?

Nei partiti diretti da quelli che come D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani ecc, erano 40 anni fa i capi della federazione giovanile comunista, il tesseramento era la cartina del tornasole dello stato di salute del partito, la tessera era il simbolo che univa la base, come la bandiera per una nazione.

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La tessera si “conquistava”, non veniva spedita a casa e la prima tessera si aveva solo dopo essere stati presentati dai compagni “riconosciuti”. C’era in tutto questo, si sa, il retaggio storico del Pci, a sua volta figlio del partito comunista sovietico, dove c’erano gli iscritti di serie A e quelli di serie B, cioè i membri effettivi e i membri“candidati”, ammessi nel partito solo dopo un (lungo) periodo di prova sulla fedeltà ecc.

La campagna del tesseramento, per il Pci ma anche per la Dc e per gli altri partiti, costituiva il perno dell’azione organizzativa e politica: bastava una leggera flessione per far saltare un dirigente, dalla più piccola sezione di paese, alla direzione nazionale.

Perdere 400 mila iscritti su 500 mila è la conclusione di una concezione “nuova” della democrazia, della politica e del partito: non è solo il sintomo di una crisi (o di una morte annunciata?) ma la dimostrazione di un totale disinteresse del suo gruppo dirigente, o di una precisa scelta politica, dai vertici, Renzi per primo.

Il segretario-premier oggi dice che bisogna abituarsi al partito liquido e leggero. Forse dimenticando l'asino di Totò: quando si è abituato a non mangiare, è morto. Il 40 e rotti per cento delle Europee su cui Renzi e i suoi fanno ruotare il mondo rischia di sciogliersi come neve al sole al prossimo appuntamento elettorale: con il recente flop delle primarie dell’Emila Romagna e la debacle del tesseramento si è aperta una faglia nel Pd talmente profonda e insidiosa da mettere a repentaglio la sopravvivenza del partito nato nel 2007 dalla fusione “fredda” tra la sinistra post comunista e una parte del cattolicesimo democratico.

In tempi non sospetti un parlamentare di lungo corso come Giorgio Merlo lanciava l’allarme: “ Mi chiedo come farà una comunità politica, in questo caso il nostro partito, a reggere l’urto di dover convivere con una stagione contrassegnata da risse, insulti, diffamazioni a mezzo stampa, “processi” pubblici, richieste di scomparire per sempre a buona parte della classe dirigente”. Quisquiglie, rispetto a ciò che succede da mesi, specie nelle ultime settimane, dove è lo stesso segretario-premier a dire che “non farà prigionieri” riferendosi ai “gufi” interni al Pd, cioè alle minoranze che dissentono e non si allineano.

Nel più grande partito italiano, ridotto sempre più a comitato elettorale (e di affari?), c’è uno scontro interno violento e senza sconti. Uno scontro del tutti contro tutti che, seppur minimizzando la portata, non può che gettare scompiglio tra i militanti e creare un oggettivo disorientamento e sbandamento nella base elettorale. Di qui il ko del tesseramento. Parafrasando Diaz: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza".

Sarà così per il Pd? Un partito senza iscritti è utile a chi non vuole essere “controllato” dalla base proprietaria dello stesso partito. Dalla mancanza di controllo spesso cova e si sviluppa il germe della “questione morale”.

Nei numerosi scandali con esponenti (anche autorevoli) del Pd l'elemento comune è quello della "resistibile ascesa" di determinati personaggi, dei quali apparentemente non si sono mai verificate le iniziative politico - amministrative consentendo commistioni tra pubblico e privato, il cumulo improprio di cariche tra partito e consigli d'amministrazione, ruoli dirigenziali e istituzionali cumulati in comuni vicini ecc.

E’ evidente che, in questa fase, sia risaltata una forma inedita di "autonomia del politico" basata non sull'identità collettiva dei soggetti, ma sul personalismo di una condizione effettivamente soggettiva da conservare, curare, accrescere perché portatrice proprio di benefici individuali. Nel Pd oggi dominano personalizzazione, competizione maggioritaria, prevalenza (a tutti i livelli centrali e periferici) dell'idea della governabilità in luogo dell'idea della rappresentanza politica, svilimento del radicamento sociale e del ruolo degli iscritti, costretti a recitare la parte dei replicanti nelle "primarie" luccichini per le allodole, nessun meccanismo di selezione dell'attività politica in base all'esperienza, alla cultura, alla capacità organizzativa. "Fidelizzazione" e "Personalismo" questa l'accoppiata! E’ questo, il partito liquido, il partito all’americana, che vuole Renzi?

Replica l’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti: “Non diciamo sciocchezze. Il partito all’americana non è così. Se vogliamo fare un discorso serio, iniziamo col dire che il partito democratico americano non è liquido, anzi è organizzato eccome. Che cosa ha fatto Obama? Ha preso il palazzone a Chicago, quello che chiamano “la Bestia”, e ci ha messo 2000 persone. Duemila, ha capito? Quelle persone sanno tutto del partito, dell’organizzazione, dei dati alle elezioni in ogni contrada”. Per Renzi e i suoi della Leopolda pare che la storia, il popolo del partito, le sezioni ecc, sono solo zavorra. Ancora Sposetti: “ Si governa il partito con gli hashtag, i tweett e quelle cose che non io ricevo e quindi non leggo? Che cosa è un partito: che chi non ha twitter sta fuori?”.

Evidentemente, visto la “fuga” dei 400 mila, sono in molti a non usare twitter…

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