Jobs Act passa alla Camera: l'opposizione non vota, i civatiani dicono no

Il Jobs Act passa alla Camera in una votazione contraddistinta dall'astensione dell'opposizione e dal no della minoranza "civatiana" del Pd

ore 17.50Tutto come nelle previsioni. . Il disegno di legge delega sulla riforma del mercato del lavoro passa con 316 sì e 6 no. Le minoranze di sinistra del Pd in parte hanno votato sì per "disciplina di partito", altri 30 non hanno partecipato alla votazione, qualcuno ha votato no come Civati. Ora la parola, dopo le modifiche della Camera, torna al Senato.

martedì 25 novembre, ore 17.09 - Il via libera di Montecitorio al Jobs Act è previsto per oggi. Perché il provvedimento sia definitivo ci vorrà ancora l’ok da parte del Senato perché la commissione lavoro ha apportato alcune modifiche al testo. Il presidente del Pd Matteo Orfini fa appello all’unità del Pd, ma fra i dissidenti serpeggia il malumore. L’orientamento della minoranza è di abbandonare l’aula della Camera al momento del voto finale in segno di dissenso, ma i civatiani (dai 3 ai 5) sembrano addirittura intenzionati a votare contro.

Io sono per il voto contrario, ma quello che più mi preme è capire la qualità e la quantità del dissenso e non c'è alcun motivo per dividersi sulle modalità con il quale viene espresso,

spiega Pippo Civati. Gianni Cuperlo spiega come non vi siano “condizioni per il sì” e come il problema non sia come licenziare, “ma come assumere”.

Non poteva mancare anche il no di Stefano Fassina, da sempre schierato sul versante opposto a quello dei renziani o dei “convertiti”:

Per noi è uno strappo rilevante, perché noi siamo parte della maggioranza, ma non voteremo per questa delega. Non saremo un gruppo sparuto, ma un numero politicamente impegnativo. E non temiamo conseguenze disciplinari.

L’ex segretario Pier Luigi Bersani voterà il sì e ha invitato non drammatizzare: “Non è giusto parlare di fronde e la connessione con i risultati di ieri non c'entra niente”.

venerdì 22 novembre - La minoranza del PD non dà molto peso alla lettera a La Repubblica, con cui Renzi ha difeso il Jobs Act, definendolo una "riforma di sinistra": Cuperlo e Fassina, in momenti distinti, hanno ancora una volta criticato la linea del governo.

Per il secondo arrivato alle ultime primarie del Partito Democratico il Jobs Act non è votabile:

Nella legge delega sul lavoro ci sono rischi gravi e seri di incostituzionalità. Così com'è il provvedimento non è sostenibile, non posso votarlo

Cuperlo ha esteso la sua perplessità alle modalità della leadrship renziana:

Il partito non è una ditta e nemmeno una caserma, è una comunità.

La caduta del governo non è però in cima alla lista dei desideri dell'ex presidente del PD.

Anche Fassina ha bocciato l'ultimo provvedimento in procinto di essere discusso alla Camera. L'economista dissidente del PD si è espresso così su Facebook:

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I "dem" critici nei confronti del Jobs Act non hanno presentato emendamenti, demandando direttamente al voto l'espressione del dissenso. Proprio questa decisione potrebbe spingere il governo a porre la questione di fiducia alla Camera.

Addio completo all'articolo 18

Giovedì 20 novembre 2014 - La Commissione Lavoro alla Camera oggi ha dato il via libera alla delega sul lavoro con il mandato al relatore di portare il provvedimento in Aula, dove l’esame comincerà domani.

Lunedì 17 novembre 2014 - L'Assemblea di Montecitorio ha deciso che il voto finale sul Jobs Act dovrà arrivare nell'Aula della Camera dei deputati entro il 26 novembre. Forza Italia, MoVimento 5 stelle e Sel hanno votato contro.

Domani dovrebbe arrivare alla Commissione Lavoro l'emendamento che il governo presenterà e che ha redatto dopo l'accorto all'interno del Pd sull'articolo 18. Si tratta di una "riformulazione" senza novità nel merito e prevederà il reintegro del lavoratore nel caso di licenziamenti disciplinari per un motivo dichiarato nullo o inesistente da un giudice. Resta il reintegro per i licenziamenti discriminatori, mentre ci sarà un'indennità crescente in base all'anzianità per quelli economici.

Il Senato vota la fiducia: 165 sì, 111 no


Giovedì 9 ottobre 2014

ore 00.52 - Si è chiusa ora la votazione. I risultati: presenti 279, votanti 278, maggioranza 140, favorevoli 165, contrari 111, astenuti 2.

ore 00.43 - Inizia adesso la seconda chiama.

ore 00.20 - E' in corso il voto.

ore 20.18 - Nuova bagarre nell’aula del Senato nel momento in cui presidente Grasso stava mettendo ai voti le richieste di variazione del calendario. Contro il presidente sono stati lanciati libri, fogli e una copia del regolamento del Senato. Lega Nord e Movimento 5 Stelle hanno occupato i banchi del governo. Informato sulle bagarre in aula, il premier Renzi ha commentato: “Le sceneggiate di oggi non ci preoccupano. Siamo preoccupati per la disoccupazione”.

ore 19.10 - Alla fine anche la minoranza Pd si è adeguata, preparando un documento firmato da 26 senatori e 9 deputati per dichiarare il voto favorevole. A convincere la minoranza dem l’accettazione di alcune proposte di miglioramento del ddl delega. Per ulteriori aggiustamenti si attende il passaggio alla Camera.

Intanto l’ammorbidimento della minoranza Pd suscita il sarcasmo di deln capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Bunetta, secondo il quale “il governo Renzi e la sua maggioranza sono nel caos più totale”. L’ex ministro sottolinea come “le anime all’interno del Pd” si scontrino a parole, ma nei fatti la minoranza non ha il coraggio per votare contro il Jobs Act. Una sitauzione “grottesca” che “i mercati finanziari non si berranno”.

Intanto in aula il ministro Giuliano Poletti ha annunciato che il governo intende modificare il regime del reintegro, come previsto dall’articolo 18, per sostituirlo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità. La possibilità di reintegra dopo il licenziamento sarà possibile solamente in caso di discriminazione o di gravi violazioni sui regolamenti disciplinari.

ore 17.00 - La ministra Boschi ha posto la questione di fiducia sul Jobs Act al Senato. I capigruppo si stanno riunendo su invito del Presidente Grasso per stabilire la "scaletta" dei lavori.

Grandi proteste sono arrivate dai banchi del M5S già da stamattina, quando è stato presentato il maxiemendamento su cui poco fa è stata chiesta la fiducia. La protesta pentastellata è culminata con l'espulsione del capogruppo Vito Petrocelli, che ha poi potuto fare ritorno al suo posto alla ripresa dei lavori, intorno alle 16. La seduta della mattina era stata sospesa da Grasso dopo le intemperanze dei Senatori grillini che avevano infine abbandonato l'Aula.

ore 11.26 Renzi – dopo l’incontro di ieri con sindacati, imprese, sindacati di polizia e Cocer – ha ribadito di non temere “agguati” da parte del Pd e ha precisato come sui licenziamenti disciplinari vi sia “una norma molto chiara della direzione Pd”, per “chiarire le fattispecie” del reintegro.

8 ottobre, ore 11.13 È prevista per oggi la votazione sulla fiducia posta dall’esecutivo sul disegno di legge delega. Si tratta della ventiquattresima fiducia al governo Renzi. Il voto di stasera riguarderà l’articolo 18 e, come chiariscono le fonti di Palazzo Chigi, “attribuisce al governo il dovere di superare l'attuale sistema e il presidente del Consiglio ha indicato con chiarezza la direzione”.

Aggiornamento 18.25 - Alla fine l'ha avuto vinta Renzi, com'era prevedibile. Almeno questa è un po' il sunto della vigilia del voto di fiducia sulla legge delega alla riforma del lavoro: la minoranza Pd rientra nei ranghi, accontentandosi del compromesso sull'articolo 18 (che verrà mantenuto anche per i licenziamenti disciplinari) e dell'incontro - per quanto inutile - con i sindacati. Le uniche resistenze sembrano arrivare da Pippo Civati e dai suoi, ma la fronda interna sembra essere rientrata. Per il voto di fiducia di domani, a meno di sorprese, non ci sarà bisogno del soccorso azzurro.

7 ottobre - Alleato nascosto del governo Renzi (ma sempre meno nell'ombra), l'ordine di Silvio Berlusconi ai senatori di Forza Italia è stato chiaro: se l'esecutivo dovesse avere dei problemi sarebbe compito di Forza Italia agevolare la strada del voto di fiducia. L'importante è che il governo non corra nemmeno il rischio di cadere. Ma come si fa? Escluso il voto a favore da parte di Forza Italia (votare la fiducia avrebbe senso solo per poi entrare a far parte del governo), la strategia messa a punto da Denis Verdini non è di quelle sottili, ma di sicuro è funzionale all'obiettivo. La racconta La Stampa, spiegando come se in Senato dovessero mancare dei voti, il premier potrebbe salvarsi grazie a un tot di senatori che, per esempio, potrebbero perdere l'aereo o potrebbero ammalarsi.

È il famoso Soccorso Azzurro che si prepara a entrare in scena, non sotto forma di cavalleria con trombe e armi spianate, ma sotto forma di assenze tattiche. Le ragioni per cui Silvio Berlusconi persegue costantemente l'appoggio al governo Renzi è duplice: da una parte è necessario arrivare alla riforma della legge elettorale (una legge elettorale che convenga a entrambe le parti) senza che il governo cada (altrimenti, addio al patto del Nazareno) e dall'altra per evitare che un ennesimo cambio di governo faccia piombare a pie' pari la Troika a Roma.

Jobs Act: il governo chiede il voto di fiducia

Aggiornamento ore 20:30 - Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi pomeriggio e ha autorizzato il ministro Maria Elena Boschi a porre la questione di fiducia sul Jobs Act.
Secondo l'Ansa e le sue fonti governative, il governo starebbe mettendo a punto un maxi-emendamento sul quale eventualmente chiedere direttamente la fiducia al Senato.

Jobs Act: il governo vuole chiudere in fretta


Il governo Renzi vorrebbe che il testo della legge delega sulle riforma del lavoro su cui il Senato voterà domani venga approvato nel più breve tempo possibile in modo che si possa presentare al vertice europeo di mercoledì in programma a Milano con una dimostrazione concreta che l'Italia sta facendo sul serio sul tema del lavoro. Per questo motivo è all'esame dell'esecutivo la possibilità di chiedere la fiducia per accelerare i tempi.

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non ha usato mezzi termini e ha ammesso si verde la necessità di un'approvazione "rapida e certa" e proprio oggi, alle ore 18, è stato convocato un Consiglio dei Ministri che all'ordine del giorno presenta l'esame del Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione e nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, leggi regionale, ma presenta anche la voce "varie ed eventuali" dentro al quale potrebbe benissimo essere inclusa la discussione dell'eventualità di chiedere la fiducia domani, in modo da zittire la minoranza del Pd che vuole discutere alcuni emendamenti che salverebbero l'articolo 18.

Il Nuovo Centrodestra voterebbe la fiducia perché è d'accordo con il testo della legge delega che è stato approvato in Commissione, si tratta di una delega piuttosto ampia e generica che lascia molto spazio al lavoro del governo. Chi voterebbe sicuramente no è Forza Italia, almeno stando a quanto detto dal consigliere politico di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti, il quale ha affermato che sulle decisioni del governo relative all'economia e al lavoro Forza Italia resterà all'opposizione e voterà no alla fiducia perché il provvedimento sembra un compromesso al ribasso tra le componenti del Pd. Questa posizione è stata confermar anche da Maurizio Gasparri.

Per quanto riguarda la minoranza del Pd, invece, Stefano Fassina al Messaggero ha detto che se la lega resta in bianco (e dunque è, appunto troppo ampia e generica) è "invotabile" e se viene posta la fiducia il governo si dovrebbe assire "la responsabilità politica di un gesto grave". Fassina vuole che nella legge delega vengano almeno indicati quanti tipi di contratti precari si intende cancellare, quante nuove risorse verrebbero destinate agli ammortizzatori e quali sarebbero le possibilità di reintegro sull'articolo 18.

Francesco Boccia, invece, ha detto che anche la minoranza (di cui lui ha fatto parte nella Direzione del Pd non votando a favore della Relazione di Renzi) ha il dovere di votare sì alla riforma del lavoro, soprattuto se verrà posta la fiducia.
Intanto domani mattina, nel giro di un paio d'ore, Renzi incontrerà sindacati e imprese.

Giuliano Poletti

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