Come si arma lo Stato Islamico? Il 20% delle munizioni è made in Usa

Conflict Armament Research pubblica un rapporto sugli armamenti dello Stato Islamico: ecco da dove arrivano le munizioni del Califfato in Iraq e Siria

Al rumore metallico del kalashikov segue sempre lo stesso grido: "Allahu Akbar!" (Dio è grande); un grido che si ripete quando a sparare è la mitragliatrice montata sul cassone del pick-up Nissan nel bel mezzo del deserto siriano, si ripete ad ogni colpo di mortaio, ad ogni esplosione che risuona nell'umida aria autunnale della periferia di Kobane.

I suoni, le dinamiche della guerra, sono sempre le stesse, un po' come le armi e le munizioni: di guerra in guerra gli strumenti di morte circolano per il mondo più liberamente delle persone, più agevolmente dei capitali e dei prodotti, più impunemente persino delle droghe: sono le armi il mercato nero (e grigio) più fiorente dell'umanità. Ci si chiede come sia possibile, mentre il mondo cerca di contrastare l'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico, che la follia delle bandiere nere trovi continuamente linfa vitale per la jihad: dalle migliaia di foreigner fighters (i combattenti stranieri) al flusso continuo di armi e munizioni, come è possibile che lo Stato Islamico abbia uomini, mezzi, armamenti, carburante per la guerra? Da dove arrivano armi e munizioni che la violenza dell'Isis usa per shoccare il mondo?

Ieri l'organizzazione internazionale inglese Conflict Armament Research ha pubblicato un interessante rapporto sulla tipologia e l'origine delle munizioni utilizzate dai jihadisti dello Stato Islamico: grazie all'invio di osservatori nelle zone di conflitto che, lavorando spalla a spalla con i peshmerga curdi, hanno analizzato oltre 1700 cartucce raccolte tra luglio ed agosto nel nord dell'Iraq e nella Siria settentrionale (le zone più "calde" del fronte jihadista dell'Isis) è stato possibile creare una mappatura delle munizioni in dotazione al Califfato Daish. Il progetto è stato finanziato dall'Unione Europea.

Una buona parte degli armamenti in possesso dello Stato Islamico proviene dalle battaglie: i miliziani del Califfato, quando ancora si chiamava Stato Islamico dell'Iraq e del Levante e perpetrava attentati suicidi esclusivamente in territorio iracheno, apparentemente senza alcuna logica militare, hanno conquistato sul campo la grande parte dei propri armamenti impossessandosi in particolare delle dotazioni americane dell'esercito iracheno.

Gli esperti sostengono da tempo che gli armamenti del Califfato provengano da realtà diverse, in parte foraggiati anche da chi è ufficialmente parte della coalizione anti-Isis (Qatar, Yemen e Arabia Saudita su tutti). Ma le bocche dei fucili, diceva qualcuno, vanno nutrite: le cartucce studiate dagli esperti di Conflict Armament Research (CAR) sono state prodotte per fucili mitragliatori, mitragliatrici di grosso calibro e pistole, ma il dato più curioso è che il 20% delle munizioni utilizzate dai jihadisti è made in Usa.

Ma gli Stati Uniti non sono gli unici fornitori perchè a leggere il rapporto di CAR sembra di essere tornati indietro di 30 anni: l'Unione Sovietica (che non esiste più) è il secondo fornitore di munizioni al Califfato (gli esperti hanno rinvenuto un proiettile fabbricato in Unione Sovietica nel 1945, una testimonianza di come l'orrore sappia aspettare per decenni prima di manifestarsi). Tra Russia ed Unione Sovietica sono 442 le munizioni rinvenute in zone di conflitto:

Schermata

La Russia è il partner più stretto ed il maggior fornitore di armi e munizioni del regime di Damasco di Bashar al-Assad, primo obiettivo dell'Isis: secondo gli analisti le conquiste delle basi militari siriane e degli armamenti in esse conservate sono la principale fonte di questi dati. A queste vanno aggiunte i 26 bossoli di fabbricazione iraniana (un altro alleato di Assad) e altri 18 di fabbricazione siriana. La Cina è invece il primo fornitore di proiettili dei jihadisti, forse perchè il capitalismo cinese ha il medesimo colore del sangue dei "martiri".

Il proiettile di fabbricazione più recente è invece datato 2014.

Le armi made in Usa

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Il dato tuttavia più interessante riguarda i proiettili di fabbricazione statunitense, che rappresentano il 20% del totale rinvenuto dai ricercatori di CAT: la gran parte delle munizioni dello zio Sam rinvenute erano adatte per i fucili d'assalto M16A4 di fabbricazione anch'esso americana: molti di questi bossoli sono stati realizzati in Missouri, alla Lake City Army Ammunition Plant, un gigantesca fabbrica di munizioni dell'Us Army, che produce 4 milioni di proiettili di piccolo calibro (5,56 mm) al giorno.

Secondo il rapporto molti bossoli rinvenuti raffigurano il marchio dell'azienda californiana Sporting Supplies International Inc. mentre "significative quantità" di proiettili calibro 7,62 x 54R mm (cartucce lunghe per mitragliatrici e fucili) recano il marchio WOLF. Secondo quanto scrive Foreign Policy l'azienda californiana non ha un sito internet e non è stato possibile risalire alla proprietà, ma sono un fatto certo (fonte Federal Procurement Database System) le 14 consegne di munizioni, tra il 2007 e il 2010 per un valore di 5,7 milioni di dollari, al Dipartimento della Difesa americano.

Gli armamenti made in Usa in possesso dei miliziani del Califfato sono in buona parte i proventi delle conquiste jihadiste in Iraq: per 10 anni gli Stati Uniti hanno armato e foraggiato l'esercito iracheno post-Saddam e nella "società delle conseguenze" era inevitabile che la carenza di addestramento delle forze militari irachsene avrebbe permesso ai jihadisti di impossessarsi di armi, mezzi e munizioni made in Us: la città di Mosul, nel nord dell'Iraq, dove il Califfo al-Baghdadi ha pronunciato in moschea la prima orazione, è stata conquistata dai jihadisti a colpi di M16, la stessa arma usata dagli americani per liberare l'Iraq dal regime nel 2003. Paradossi della storia, che a volte mostra di avere un tragico sense of humor.

Tuttavia, non è facile di questi tempi reperire cartucce per M16 in Siria: questo significa che assaltare una città o andare in battaglia con questo tipo di arma è richiesta una catena di fornitori ben organizzata e, sopratutto, costante nel tempo.

Nonostante questo il Congresso ha autorizzato, il 18 settembre, l'invio di nuove armi e munizioni ai militari iracheni, gli stessi che se le sono lasciate "fregare" da sotto al naso, così come anche a ribelli siriani "selezionati", vincolando però il Dipartimento di Stato ad un monitoraggio delle forniture; monitoraggio che è previsto per legge dal 1976 ma che, come è evidente, non è esattamente efficace: nel 2007 era stato lo stesso governo di Washington a pubblicare un rapporto nel quale sosteneva di avere smarrito ben 190.000 armi in Iraq.

Assenza di un database delle forniture, monitoraggi inesistenti per le armi leggere, forniture a Paesi disorganizzati, mancanza di numeri di serie, intermediari poco raccomandabili (come in sud Sudan, da dove arriva una quantità impressionante di armi americane ai jihadisti), sono numerosi gli errori passati dell'amministrazione americana nelle forniture di armi e munizioni: errori ai quali, va detto, la squadra di Obama sta tentando timidamente di porre rimedio.

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