Renzi, Jobs Act vittoria di Pirro o passaggio decisivo per “vere” riforme?

Vale sempre l’antico adagio: “Ride bene chi ride ultimo”, ma allo stato delle cose è Matteo Renzi, pur dentro turbolenze e stop and go, ad averla vinta.

ren

Sul Jobs Act a pochi interessa davvero il merito della spinosa (e artificiosa?) questione e si vedrà poi, nel ginepraio dei decreti delegati e quando sarà completato l’intero iter, cosa avverrà nei fatti nel rapporto fra lavoratore e imprenditore, cosà muterà davvero nel regime dei licenziamenti.

Renzi ha voluto portare fino in fondo la sua prima vera prova di forza perché voleva una vittoria simbolica per dimostrare di essere capace di passare dagli annunci ai fatti (parlamentari) e di guidare un governo capace di fare le riforme. Altro discorso è capire se il gioco ne è valso e vale la candela, capire cioè se questa è la via giusta per “cambiare verso” all’Italia, se queste sono davvero le riforme che schiodano il Paese dalla crisi e ridanno fiducia e spinta agli italiani.

Una cosa è certa: Renzi ha piegato – anche per l’uso smodato della fiducia - le resistenze dei “dissidenti” del Pd (ancora una volta sul piano inclinato del... ridicolo) mettendo a nudo anche i limiti del sindacato (leggi Cgil), arroccato in una difesa puramente ideologica, capace solo di ripetere il rito stantio dello sciopero generale.

Ora, per Renzi cantare vittoria sarebbe un grave errore rischiando di vanificare il (piccolo) vantaggio acquisito: quella sull’art. 18 e dintorni potrebbe essere solo una vittoria di Pirro, soprattutto se i morsi della crisi economica continueranno a stringere ancor di più il Paese.

Il partito del segretario-premier sta evaporando come neve al sole e i primi appuntamenti elettorale di novembre in Emilia-Romagna e Calabria dimostreranno – anche se parzialmente – cosa sta producendo la “cura” del Rottamatore, se cioè al di là delle vicende interne, il Partito Democratico è ancora appetibile per gli elettori o se il famoso 40 per cento e passa delle Europee diventa una chimera, di fronte a una realtà molto più ostica e amara per lo stesso Renzi chiamato adesso a misurarsi con ostacoli molto impegnativi.

Dice il politologo Gianfranco Pasquino: “Non sono sicuro che adesso la strada sarà spainata: ciò che manca è una visione, cioè il fatto di sapere esattamente do ve si vuole andare. Fino ad oggi Renzi non è stato in gardo di darci questa visione. O meglio, o ha fatto solo con riforme episodiche, che non si inquadrano in un progetto. Quella che si intravede è una strada con molti possibili bivi, e vorrei sapere poi Renzi in quale direzione si incamminerà e cercherà di portarci”.

Ai “progetti-Paese” Renzi non pare interessato. Per lui conta solo un progetto: il suo.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO